Roberto Saporito

data di nascita: 
Ven, 13/07/1962
Nato a: 
Alba (Cuneo)
Biografia: 

Roberto Saporito è nato il 13 Luglio 1962 ad Alba, in provincia di Cuneo, dove vive e lavora.

Scrittore, giornalista e pittore, dopo essersi diplomato in giornalismo, ha collaborato con alcune riviste occupandosi di arte contemporanea, diretto, dal 1988 al 1996, la galleria d'arte contemporanea Saporito e organizzato numerose esposizioni, personali e collettive, delle sue opere.

Con la raccolta Harley-Davidson Racconti, pubblicata da Stampa Alternativa nel 1996, ha esordito nel mondo della narrativa; nel 2002 ha dato alle stampe il primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf (Robin, 2002), a cui è seguito l'anno successivo Eccessi di realtà. Sushi Bar (Gruppo Editoriale Marche).

Autore di racconti comparsi in numerose antologie e riviste letterarie, tra cui Fernandel, Kult, Addictions, Ellin Selae, Freeway, Il Foglio Letterario, DaLeggere, Progetto Babele, Il Segnalibro e Il Sottoscritto, nel 2004 ha preso parte al Festival Letteraria di Pistoia e nel 2006 ha pubblicato, con Besa, il terzo romanzo Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati.

Invitato a Teramo al Festival Letterario Lib[e]ri 2007, l'anno seguente ha partecipato al concorso Corto cortissimo e giallo, inserito nell'ambito del Mystfest di Cattolica, con un cortometraggio tratto dal racconto Natura quasi morta per la regia di Nick Tambone, ed è ritornato in libreria nel 2009 con Carenze di futuro (Zona).

Membro del comitato scientifico del Festival Letterario di Alba Letture Corsare, il 22 settembre 2010 esce per Perdisa Pop il suo nuovo libro Il rumore della terra che gira.

 

Immagine: 
Bibliografia: 

Romanzi:

  • Anche i lupi mannari fanno surf, Robin, 2002
  • Eccessi di realtà. Sushi Bar, Gruppo Editoriale Marche, 2003
  • Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati, Besa, 2006
  • Carenze di futuro, Zona Editrice, 2009

 

Raccolte di racconti:

  • Harley-Davidson Racconti, Stampa Alternativa, 1996
  • H-D. Harley-Davidson. Deserti e moderni vampiri, Stampa Alternativa, 1998

 

Racconti in antologie:

  • Ultimi Morsi, a cura di Ettore Maggi, Ghost, 2002
  • Oltre il Reale, Malatempora, 2002
  • Brividi Neri, Terzo Millennio, 2003
  • L'IRA - i vizi capitali, Giulio Perrone, 2009
  • Un'educazione parigina, in Crimini di piombo, Laurum, 2009
  • Nero Piemonte e Valle d'Aosta. Geografie del mistero, a cura di Barbara Balbiano, Giulio Perrone, 2010

 

incipit: 

Carenze di futuro

 

UNO

La macchina, una Mercedes che ha visto tempi migliori, è l'uni- ca cosa che mi è rimasta, anche perché non è intestata a me. Chiaro.

L'auto è parcheggiata quattro piani più in basso. Guardo fuori dalla finestra perché non riesco a guardare Bruno in faccia.

"Io una soluzione ce l'avrei" sta dicendo Bruno alle mie spalle con tono paziente.

"Quale?" dico guardando niente al di là del vetro pulito, troppo pulito. Non sono più abituato al pulito.

"In un residence di mia proprietà nel Sud della Francia hanno bisogno di un custode..." dice Bruno pesando le parole e lanciandomele lentamente.

"Io non so fare niente" affermo candido.

Cosa che è maledettamente vera. Non so fare proprio niente. Zero attitudine al lavoro.

"Lo so (ma lo sanno proprio tutti! penso), ma lì non c'è niente da fare, o quantomeno molto poco. È un periodo morto, di bassa stagione... verso febbraio, marzo, quando le cose si sistemeranno... ne riparliamo... Devi sparire per un po' dalla città... il tempo aggiusta tutto... vedrai... non ti preoccupare..."

Con Bruno siamo amici da sempre, lui si è fatto da solo, suo padre era operaio metalmeccanico e sua madre casalinga: oggi è padrone di mezza città e chissà cos'altro.

I miei erano padroni di mezza città e oggi non ho più nulla. Mi sono mangiato tutto: i tre ristoranti e i quattro alberghi che mi ha lasciato mio padre, le tre case qui in città, i negozi, le due case al mare e quella in montagna, mia moglie e mia figlia, tutto insomma. Ci ho messo alcuni anni ma alla fine ci sono riuscito a perdere tutto, e perdere è il verbo esatto: ho perso tutto al gioco. Anche se gioco non può essere la parola giusta, perché gioco dovrebbe essere qualcosa di bello e non di tragico. Ma forse sono io che riesco a trasformare le cose belle in tragiche, è il mio potere, o la mia dannazione. In questo sono proprio bravo: ecco in cosa sono veramente bravo, rovinare e rovinarmi la vita.

Statemi lontano.

"Tra ottobre e febbraio il residence dovrebbe rimanere deserto... tu te ne stai lì buono buono e vedrai che tutto si aggiusterà... ne sono sicuro... fidati..." sta dicendo Bruno.

Lui parla e io lo ascolto molto poco, come sempre.

Bruno mi guarda e sospira, non se ne capacita di come sono andate a finire le cose. Bruno mi aiuta perché sono il suo passato e un futuro che ha avuto il buon senso di scansare. Bruno guarda me e si sente tranquillo nei confronti della vita che scorre sempre più veloce, troppo veloce. Lui sul marciapiede, io spiaccicato sull'asfalto. Lui in salvo, io perduto. Lui vivo, io... non so.

"Non ti troverà nessuno in quel posto... non ti preoccupare... è sicuro, e lontano da qui..."

Il "nessuno" che intende Bruno sono quei creditori che non si accontentano di pignorarti la casa o la macchina o il televisore se non paghi i tuoi debiti, no, loro cominciano col pignorarti due dita della mano sinistra, e se non paghi vanno avanti finché non rimane più nulla di te. E purtroppo anche di chi ti sta troppo vicino. Ecco perché non dovete starmi vicino.

"Il tempo cancella le cose" dice Bruno.

"Il tempo non cancella le cose, le modifica, e di solito in peggio" dico come risvegliato da un coma profondo e pronto a declamare massime esistenziali.

"Hai più avuto notizie di Francesca?" domanda Bruno guardando la fotografia di sua moglie e dei suoi due bambini che fa bella mostra sulla sua scrivania antica. Simbolo tangibile di sicurezza, stabilità, risultati raggiunti, tranquillità esistenziale. La vita come deve essere vissuta. L'esatta soluzione di un'equazione irrisolvibile: la vita. Quanto meno la mia.

Francesca, mia moglie, che ha finito di sopportarmi dopo di me. Francesca, che ha smesso di sopportarmi quando ha avuto la bambina, che era più facile da amare. Francesca, che ha fatto bene a lasciarmi. Se potessi mi lascerei anch'io. Chi potrebbe voler stare in mia compagnia. Io no di certo. Figurati gli altri.

Un giorno mi ha detto "Sei un egoista". Me l'ha detto un'unica volta, e aveva maledettamente ragione.

"No..." rispondo a Bruno paziente come un Buddha.

Vorrebbe dire qualcos'altro, lo si vede da come mi guarda, da come muove gli occhi, ma rimane in silenzio, probabilmente quello che aveva da dirmi non mi sarebbe piaciuto. Sicuramente non mi sarebbe piaciuto.

Scarabocchia qualcosa sopra un foglietto giallo, quando non riesce a parlare lui scrive con la sua stilografica preziosa nera dal pennino d'oro, dice qualcosa ma sento solo il suono delle parole ma non il loro significato.

"... è un amico e ti spiegherà le cose importanti da sapere prima di andarsene" sta dicendo Bruno.

Lo guardo ma ho perso parte della sua frase e non capisco, però annuisco e prendo il foglietto giallo che mi porge attraverso la scrivania. Lo tengo con due dita, come se fosse un topo morto.

"... vedrai... Sud della Francia... tranquillo... tutto... vedrai... il tempo... perché... Francesca... bene... vedrai... il custode... anche... vedrai... non devi preoccuparti..." parti della voce di Bruno, frammenti, particelle di discorso, coriandoli di parole incomprensibili.

Osservo il vetro della finestra troppo pulito e non riesco a vedere al di là, come se fosse uno specchio vuoto e un po' triste, uno specchio che ha deciso che non mi merito neanche più di essere riflesso.

Bruno continua a parlare e io riesco a pescare solo una parola ogni tanto, come se avessi perso parti consistenti delle mie possibilità uditive.

"... vedrai... tutto... tranquillo... tuo padre... bene... mia fi- glia... vedrai... perché... il tempo..."

"Grazie..." la mia voce decide di partecipare in qualche modo agli sforzi comunicativi di Bruno.

 

 

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