Patrizia Varetto

data di nascita: 
Mar, 24/08/1954
Nato a: 
Torino
Biografia: 

Patrizia Varetto è nata il 24 agosto 1954 a Torino, dove vive.

Scrittrice, traduttrice e dirigente editoriale, ha frequentato il Liceo classico D'Azeglio e si è laureata in Giurisprudenza, specializzandosi in diritto d'autore. Per sedici anni ha lavorato nel settore editoriale, inizialmente da Mondadori e poi all'Einaudi,  e verso la metà degli anni Novanta ha intrapreso la strada della comunicazione pubblica e sociale per conto di istituzioni nazionali ed enti locali (Presidenza del Consiglio, Ministeri, grandi Comuni e Fondazioni).

Lettrice accanita e amante dei mèmoires del XVIII e XIX secolo si è dedicata, parallelamente alla professione principale, alla traduzione di testi classici, di libri per bambini e per ragazzi; ha curato e tradotto una selezione dai diari di Constant Wairy, pubblicata nel 2006 da Sellerio con il titolo Il valletto di Napoleon.

Dal 2004 si dedica alla scrittura a tempo pieno e nel 2009 ha pubblicato con Mondadori il suo romanzo d'esordio, Cuori imperfetti, ambientato a Torino ed esaurito in pochi mesi. 

Del 2010 è il racconto Iris e la nonna di Denis, pubblicato su Repubblica all'interno della serie «Un giallo in cento righe». Di imminente pubblicazione presso i tipi della torinese Instar libri, il nuovo e atteso romanzo Non credo al paradiso, la storia di una donna che ha perso il figlio e di un viaggio nella Palestina sotto assedio: da Torino a Gaza, alle radici del proprio dolore e di quello di un intero popolo.

 

 

Immagine: 
Bibliografia: 
Romanzi
  • Cuori Imperfetti, Arnoldo Mondadori Editore, 2009
  • Non credo al paradiso, Instar libri, 2011

Racconti
  •  Lifting, Confidenze n. 39, 2009
  • Iris e la nonna di Denis, La Repubblica del 28/08/2010 all'interno della serie «Un giallo in cento righe»
incipit: 

 Non credo al paradiso




Risveglio

 

 

 

Ricomincia tutto da qui.

Da una voce lontana. Una voce roca che si ripete come un'eco penetrando rallentata  nell'oscurità che mi avvolge.

Eleonora, Eleonora...

Mi dico che sono io, Eleonora. Devo rispondere.  Ma scivolo via, forse mi addormento finchè

un insetto, un lurido insetto, non mi risveglia.

Non lo vedo, tengo gli occhi chiusi, ma deve essere un insetto schifoso che cammina su e giù sulla mia faccia. Non una mosca, no, ha tante zampette frementi. Le sento.

Cerco di sollevare un braccio per scacciarlo, ma non ci riesco. 

- Eleonora, T'ammentas su lumene tuo? Cale est su sambenadu tuo? Ti prego! Comente ti muttis?  - continua la voce facendosi più vicina.

Socchiudo gli occhi e intravedo la sagoma di un uccello enorme con la testa piccola e appuntita china su di me. Sento sul volto un respiro affannato che mi alita addosso quella strana domanda.

 -  Ricordi come ti chiami?

Con la lentezza di un secchio che risale le pareti di un pozzo  - è come se sentissi il cigolio snervante della carrucola -  le palpebre si sollevano del tutto e vedo mia madre. La sua immagine è sfuocata, fluttuante, ma è lei l'uccello, sua la testa lucida e nera come quella di un merlo.  Riconosco i suoi braccialetti, tintinnano nel silenzio a ogni movimento del braccio, quattro cerchi d'oro cesellati  tenuti insieme da un fermaglio da cui penzola una medaglia. Un regalo di mio padre, un cerchio per la nascita di ogni figlio. 

Mia madre è infagottata in un camice verde chiuso fino alla gola. E' un verde fiacco. Un verde muffa.

- Be e anda... andadiche!  -  farfuglio cercando di agitare le mani che urtano contro qualcosa di metallico.

Mi è venuto il sospetto che quella donna non sia mia madre, che sia l'accabadora venuta a portarmi la morte.

- Che cosa hai detto?  - Si affanna lei. -  So ego, so mamma tua! Non avere paura...  

Alle spalle di mia madre vedo mio fratello. Se ne sta appiattito contro lo schermo bianco del muro come un adolescente impacciato. Verde anche lui, per via dello stesso camice verde muffa.

- Ricordi come ti chiami? Mulas. Tu sei Eleonora Mulas.  Te lo ricordi? Hai visto che oggi è venuto anche Nicola?

Mia madre si fa da parte indicando mio fratello, ma lui non si muove. Allunga timidamente una mano.  Il gesto è vago, indeciso, ma io ne percepisco l'intenzione; quella mano, grande e pelosa, sospesa nel vuoto, vorrebbe raggiungermi, toccarmi, verificare se davvero mi sono svegliata. Vorrebbe accarezzarmi.

Poi non so, forse mi riaddormento.

Quando mi sveglio, vicino al letto non c'è nessuno.

La stanza è immersa in una luce azzurrognola, ho l'impressione di galleggiare dentro un acquario. O forse no. Non un acquario. Una teca, una teca di vetro di quelle in cui sono immerse creature mai nate.

Tento di muovere una mano ma qualcosa me lo impedisce, a ogni minimo movimento una fitta elettrica  corre lungo il braccio,  sale fino alla spalla. Mi rendo conto che i miei polsi sono legati alle sponde metalliche del letto. Sono lontani, al fondo di braccia cosparse di aghi e cannule trasparenti, braccia lunghissime, e secche come rami d'inverno.

Piego le dita indolenzite, apro e chiudo la mano concentrandomi su quel gesto semplice e rallentato.

- Philippe...- Farfuglio.- Philippe...

-  Signora! Signora Mulas! Chiamo subito il medico, non si riaddormenti, resista! - Una donna vestita di verde si china su di me, scruta la mia faccia come se volesse accertarsi di qualcosa, mi sfiora la guancia con una ciocca di capelli ispida come un pennello usato.

- Mamma, dove sei finita? Non ci sei mai quando dovresti.

Ruoto gli occhi lentamente. A destra. A sinistra. Mia madre, Vanna Mulas, non c'è. Non si vedono casacche verdi lì intorno.

Non so aprirli del tutto, gli occhi. Li socchiudo, li lascio vagare tenendo lo sguardo all'altezza del corpo, in una lenta ricognizione di questo luogo estraneo. 

Nella penombra intravedo altri letti. Con alte sponde e dritti pennoni, quasi fossero vele, e grovigli di fili, e bocce di vetro lucente sospese nel vuoto. 

- Acqua...

- Sì, Eleonora, brava! - La donna con i capelli di setola è riapparsa al mio capezzale,  accanto a lei c'è un uomo corpulento con un camice stretto. Il suo ventre gonfio è a pochi centimetri dal mio naso, noto un'asola slabbrata, con il bottone unito alla stoffa da un esile filo che sta per cedere. Mi concentro su quel particolare, sull'asola che sembra una vulva e lascia intravedere uno scuro frammento lanoso.

- Liberiamole i polsi... - dice l'omone, e la sua voce risuona nel silenzio, solenne come il rintocco di una campana.

- Adesso, Eleonora, la sleghiamo, sarà libera di muoversi. Mi sente? - L'infermiera. parla al rallentatore, separando le sillabe e deponendole sulle labbra, come se si rivolgesse a un sordo.

Cerco di fare un cenno di assenso, muovo appena il collo in avanti e dopo qualche secondo sento gli avambracci cadere di peso sul lenzuolo. I polsi mi fanno male. E anche la schiena comincia a farmi male.

- Brava! Adesso provi a sollevare una mano, come se volesse salutarmi. - Dice la fonda voce maschile.

Mi sforzo di obbedire, non sono sicura di ricordare come si fa a salutare. E poi, perché dovrei farlo?

Guardo la mia mano che oscilla nell'aria, mi lecco le labbra, le sento secche, cosparse di pellicine  aride.

- Non si affatichi. Per oggi è stata brava...

L'uomo in camice mi dà un buffetto sulla guancia.

- Stai perdendo un bottone. - Sussurro con la bocca impastata.

Lui ride, il ventre sussulta all'altezza della mia faccia, come se la risata nascesse nel groviglio delle viscere e da lì salisse fino alla gola.

- Ti sei appena svegliata - Dice. - E già rompi.

 

 

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