Giorgio Vasta

data di nascita: 
Giov, 12/03/1970
Nato a: 
Palermo
Biografia: 

Giorgio Vasta è nato a Palermo il 12 marzo 1970 e vive a Torino.

Scrittore, editor, consulente editoriale e organizzatore di eventi, si è trasferito a Torino nel 1996 per frequentare il Master in tecniche della narrazione alla Scuola Holden. Dal 1998, anno di conseguimento del diploma, collabora con l'Istituto in veste di docente tenendo lezioni e laboratori di scrittura in sede, in Italia e all'estero.

Dopo una breve esperienza come editor per la casa Editrice Einaudi tra il 1998 e il 1999,  ha curato e poi diretto la collana di saggistica Holden Maps realizzata dalla Holden in collaborazione con la casa editrice Bur, ed è stato redattore internet per Holdenlab. Nel 2001 ha fondato la società di scritture Zerouno, con cui nel marzo del 2004 ha curato il convegno Embrioni e Trame. Lezioni aperte tra scienza e narrazione. Nella primavera dell'anno seguente ha ideato e curato il ciclo di incontri sulla narrazione del lavoro Il Lavoro Capovolto. Racconti dall'Italia che (non) lavora, organizzato a Verona, e del convegno Fictionscape. Produzione, scrittura e pubblico della narrazione televisiva, realizzato con la Scuola Holden. Autore di racconti spesso pubblicati in antologie, ha collaborato come editorialista alla trasmissione di Radio2Rai Atlantis, ideato nel 2005 NIC. Narrazioni In Corso. Laboratorio a fumetti sul raccontare storie (Holden Maps/Bur), di cui è stato anche coautore, e curato nel 2006 l'antologia di racconti Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani, pubblicata da Bur. Coordinatore e membro del comitato scientifico del festival letterario Scrittorincittà dal 2006 e curatore di Esordire dal 2007, scouting letterario ideato dalla Scuola Holden nell'ambito di Scrittorincittà, nel 2008 ha esordito nella narrativa con il romanzo Il tempo materiale, edito da Minimum Fax, candidato al Premio Strega 2009, finalista ai Premi Fiesole Narrativa Under 40, Berto, Dedalus e prossimamente in pubblicazione in Francia per Gallimard, in Germania per DVA, in Inghilterra e in America per Faber and Faber. Nello stesso anno ha curato, con Matteo Bianchi, il volume Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango), nel 2009 la sesta edizione del festival I luoghi delle parole e l'antologia Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile, pubblicata da Minimum Fax in collaborazione con il Comitato Italia 150 e il Circolo dei Lettori di Torino. 

Del 2010 è Spaesamento, il racconto-reportage su Palermo pubblicato nella collana Contromano di Laterza.

Consulente editoriale ed editor per la Bur, Giorgio Vasta collabora con riviste letterarie e cinematografiche, cartacee e online, è redattore di Nazione Indiana, fa parte del comitato organizzatore di Interfedi Torino Spiritualità. Domande a Dio, domande agli uomini, insegna Tecniche di Scrittura, Tecniche di Narrazione e Generi letterari allo IED (Istituto Europeo di Design) di Torino e scrittura narrativa presso diversi istituti tra cui la Scuola Holden.


Immagine: 
Bibliografia: 

Presente, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori, Einaudi 2012

 

Romanzi:

  • Il tempo materiale, Minimum Fax, 2008
  • Spaesamento, Laterza 2010

 

Varia:

  • NIC. Narrazioni In Corso. Laboratorio a fumetti sul raccontare storie, Holden Maps/Bur, 2005

 

Racconti e interventi:

  • BerluSpinning, in Best off 2006. Letteratura e industria culturale. Il meglio delle riviste letterarie italiane, con AAVV, Minimum Fax, 2006
  • I persecutori, con AAVV, Transeuropa 2007
  • Voi siete qui. Sedici esordi narrativi, con AAVV, Minimum Fax, 2007

 

Curatele:

  • Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani, Bur 2006
  • Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant'anni di scritte e manifesti politici, di Alberto Negrin, libro fotografico a cura di Giorgio Vasta e Edoardo Novelli, Bur, 2007
  • Dizionario affettivo della lingua italiana, con Matteo Bianchi, Fandango, 2008
  • Ho visto cose... racconti dalla patria del design. Dieci scrittori per dieci oggetti di culto, AAVV, Bur, 2008
  • Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile, Minimum Fax, 2009

 

incipit: 

 

Spaesamento

 

All'inizio c'è un pezzetto di carta che stropiccio tra le dita. Lo premo con i polpastrelli contro il palmo fino a quando decido di liberarmene; il tapis roulant è ancora fermo nel rimbombo dell'aeroporto e questa carta d'imbarco bianca e verde con i numeri del volo, del gate e del posto non mi serve più, mentre disfarmene, come tutte le volte in cui arrivo a Palermo, mi serve ad accettare il ritorno. Allora raggiungo un cestino, uno di quelli con la bocca circolare larga e luminosa, il bordo laccato in tre colori, talmente moderno e internazionale - l'etica trasformata in tecnologia dello smaltimento consapevole - che per un momento esito, mi sembra troppo. In alto il cestino è ulteriormente tripartito: dal centro tre raggi suddividono lo spazio interno in altrettanti scomparti, CARTA PLASTICA ALLUMINIO, ogni parola moltiplicata in altre lingue. A un passo da questo orologio della decenza organizzata, nel momento in cui mi sporgo sul cratere e libero la pallottolina di carta nel suo specifico varco, vedo che all'interno del cestino invece di tre diversi sacchetti ce n'è uno solo in fondo al quale i rifiuti si raccolgono senza distinzioni, così che adesso la pallottolina giace tra lattine incavate sacchetti di patatine una copia del «Giornale di Sicilia» gomme da masticare una buccia di banana un torsolo di mela, il tutto mescolato a una specie di composto detritico ancestrale. Quando recupero il bagaglio e mi avvio verso il pullman che porta in città ho addosso un sentimento che è come una categoria affettiva, la rabbia del ritorno, e lungo la strada, seduto truce con la testa contro il finestrino, sento questa rabbia trasformarsi in malumore, un siero grigio che mi scorre dentro lentamente, e poi il malumore si liofilizza in malinconia e la malinconia, appena in via Libertà scendo dal pullman, è già diventata natura, il sentimento normale del tempo che trascorro a Palermo. Una rabbia bianca. Sono le nove di sera e zaino in spalla mi dirigo verso casa dei miei osservando lungo le strade i mutamenti: il dehors della pizzeria sotto i portici imbracato da una cerata bianca che somiglia a una camicia di forza; l'insegna della pasticceria all'angolo rinnovata in una lampeggiante grafica al neon; l'edicola definitivamente abbandonata. A Palermo non vivo più da quindici anni. Ci torno con una frequenza irregolare. Posso non andarci per un anno intero e poi due volte in un mese; stavolta sono via da dieci mesi. Mi sono rimasti tre giorni di ferie e ho deciso di passarli qui. Nessun progetto, nessuna intenzione, soltanto il bisogno di ridurre tutto al minimo. Perché gli ultimi mesi di percezione delle cose sono stati esacerbazione e smaltimento, l'esperienza incomprensibile di un luogo, l'Italia, che è mortificazione di ogni impulso. Arrivato al 130 di via Sciuti vedo che ai lati del portone della casa in cui ho vissuto per venticinque anni hanno costruito due piccole aiuole in cemento: dentro ci sono terra e pietrisco, niente fiori né piante. La portineria è sempre fresca e le molle del portone sono cambiate - fine del frastuono metallico alla chiusura, al suo posto uno scatto discreto, il rumore di quando si mette l'indice davanti alle labbra e si fa shhh. Prendo l'ascensore e salgo al terzo piano. Il pianerottolo grande e giallo, acusticamente perfetto. La casa è vuota, mio padre e mia madre sono ancora in vacanza. Al semibuio individuo le levette del quadro elettrico, le porto in alto e poi accendo le luci. Raggiungo quella che era la mia camera, sollevo la serranda e svuoto lo zaino. Per praticità e per pigrizia non sistemo niente nei cassetti ma lascio biancheria e magliette sopra la scrivania. In cucina metto un paio di bottiglie d'acqua nel frigo, cerco da qualche parte qualcosa da mangiare. Trovo solo vecchi biscotti col sesamo e li lascio dove sono. Torno in camera, mi distendo sul materasso nudo e guardo la televisione. Repliche e repliche di repliche, un montaggio di frammenti televisivi provenienti da epoche diverse - un po' di bianco e nero, la metamorfosi del colore tra anni Ottanta e Novanta, le facce scomparse e quelle eterne. Mi assopisco. Quando mi sveglio stanno trasmettendo un documentario. Sto per spegnere e rimettermi a dormire ma qualcosa mi incuriosisce: le immagini sono sporche, girate in esterni, i toni non televisivi. Resto a guardare. Si parla del carotaggio delle occe tenaci. Mi aspettavo un programma gassoso, da dormiveglia, e invece mi ritrovo ad ascoltare un geologo che con genuina cadenza toscana racconta di tutte quelle volte in cui, a scopi ingegneristici archeologici o paleontologici, diventa necessario compiere prelievi di campioni di roccia estratti dagli abissi di un terreno, fino a centinaia di metri di profondità, usando perforatrici idrauliche che riportano in superficie «carote» di materia, cilindri di roccia che verranno sottoposti ad analisi. care una buccia di banana un torsolo di mela, il tutto mescolato a una specie di composto detritico ancestrale.

 



Il tempo materiale

 

 

NIMBO

(8 gennaio 1978)

Ho undici anni, sto in mezzo a gatti divorati dalla rinotracheite e dalla rogna. Sono scheletri storti, poca pelle tirata sopra; infetti, a toccarli si può morire. Ogni pomeriggio lo Spago gli porta da mangiare in fondo al giardino di fronte casa. Io a volte la accompagno. Ci vengono incontro lenti, sbandando laterali, ci guardano con gli occhi che sono gocce d'acqua e fango. Tra i morenti mi sono legato al peggiore, quello che sul bitume dei vialetti se ne sta in fondo, immerso nell'abisso; sente i passi e muove la testa piano, come un cieco che segue una canzone. Il pelo nerastro regredito a sbuffo sulla pelle scrostata, una zampa brancolante persa tra le altre; zoppicava già da piccolo, adesso è grande, uno storpio naturale.

   Lo Spago appoggia la pentola sul muretto dal quale parte un'inferriata verde pallido. Mentre è di spalle tocco l'inferriata con la lingua, sento il cloro della vernice vecchia, la ruggine, mi volto e ingoio. Raccolgo col cucchiaio un mucchietto di ditalini con la carne, lo trasporto, mi accovaccio accanto allo storpio e gli faccio sentire il nutrimento. Lui accosta la faccia lesionata, il naso gli sfuma nel vapore; poi prende con due denti un grumo di carne nera e si mette a rosicchiarlo. Lo Spago mi fa segno di non toccarlo, mi dice di versare tutto e andare via. Allora formo un vulcanetto con i ditalini; lo storpio lo ascolta con il naso, poi riprende a mordere il grumo, con ostinazione, filtrando ogni boccone tra i denti disgregati, contorcendo la testa per distruggere e ingoiare, per trasformare il nutrimento in sangue. Quando finisce si accuccia con il muso per terra, davanti al vulcanetto umido, l'idolo da adorare. Non ha più fame, respira a sibili nel ventaglio delle costole. Lo tocco con la punta del cucchiaio, non si muove, dal collo gli viene fuori un rombo come quello dei colombi. Riesce ancora a fare uno sbadiglio, apre la bocca e mangia l'aria. Poi torna definitivamente nel torpore, la testa al centro di una macchia di luce.

   Alle mie spalle gli ultimi raschi del mestolo contro la pentola. Da anni, a quest'ora, in fondo al giardino sotto casa, lo Spago svuota la pentola col mestolo - il movimento laborioso di spalla braccio e mano - crea per terra mucchietti di pasta, chiama facendo schioccare le labbra e si guarda intorno per capire se così va bene, se basta, mentre i gatti da tutte le direzioni arrancano verso il cibo. Poi torna indietro, il mestolo incrostato in una mano, la pentola nell'altra: la spada e lo scudo.

   Adesso ha finito e si è seduta su una panchina; si riposa. Senza farmi vedere tiro fuori il pezzo di filo spinato dalla tasca del giubbotto e faccio pressione con gli aculei contro il dorso dello storpio, nelle zone nude. La pelle per un momento si introflette e poi lentamente si ripiana; lui non si muove, gli oscilla un po' la testa e basta. Aumento la pressione e lo storpio si scuote, una breve crisi di nervi, uno scatto di indignazione ottusa che dura qualche secondo e si esaurisce, la posa che si ricompone assorta.

   Andiamo, dice lo Spago.

   Mi rialzo, metto il filo spinato in tasca, mi allontano e alle mie spalle si forma un verso brutale. Mi giro e c'è lo storpio in piedi sulle quattro zampe che fa un passo, un altro, e a ogni movimento la testa gli crolla in avanti, fa un rinculo e vibra. Si mette a camminare in tondo e miagola di nuovo, disgustato.

   È impazzito, dice lo Spago dietro di me. Ai gatti che diventano ciechi succede.

   Sto zitto e osservo i cerchi che si compongono sempre più veloci. Sento il sole su una guancia.

   Fa così tutti i giorni, aggiunge. Dopo mangiato.

   Lo storpio continua a marciare cieco e intirizzito, respira il muco. Fa ancora un altro giro miagolando aspro; poi si ferma, si sgonfia, si accuccia, ricomincia a fare dei rintocchi con la testa; dice sì, sì, è così che deve andare.

   Lo Spago si avvia verso il 130 di via Sciuti. Mi volto e la seguo a casa. L'asfalto illuminato dal sole basso è di metallo, a ogni passo mi sembra di affondare.

 

 

 

 

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