Hamid Ziariati

data di nascita: 
Lun, 26/12/1966
Nato a: 
Teheran, Iran
Biografia: 

Hamid Ziarati è nato il 26 dicembre 1966 a Teheran, in Iran, e vive a Torino dal 1981, quando ha deciso di lasciare il suo paese raggiungendo il fratello e la sorella in Italia.

Ingegnere meccanico, scrittore nonché cuoco dilettante, ha frequentato il liceo A. Einstein e, nel 1994, si è laureato in ingegneria al Politecnico di Torino. Nello stesso anno ha scritto il primo racconto, Un giorno da stella cadente, pubblicato l'anno successivo dalla casa editrice Fara di Santarcangelo di Romagna.

Dopo la laurea si è iscritto al dottorato di ricerca in Meccanica Applicata, e ha frequentato la Scuola Holden. Non potendo intraprendere la carriera universitaria perché non ancora in possesso della cittadinanza italiana, ha avviato la libera professione come ingegnere progettista; diventato cittadino italiano nel 2000, ha aperto con la moglie, nel 2006, una gastronomia iraniana. Nello stesso anno ha pubblicato da Einaudi il suo primo romanzo, Salam, maman (Einaidi), che aveva cominciato nell'estate del 2003 con il desiderio di raccontare al figlio non ancora nato le proprie origini e la propria appartenenza alla tradizione culturale persiana. Nel 2006 il libro ha vinto il Premio Giuseppe Berto.

Autore di numerosi articoli scientifici e appassionato di cinema, da circa vent'anni Ziarati collabora come interprete e traduttore con il Torino Film Festival, il Museo del Cinema di Torino e il Sottodiciotto Film Festival. Nel 2008 ha partecipato al documentario Il cibo dell'anima, prodotto da Rai Tre e Emme Audiovisivi per la regia di Piero Cannizzaro.

Nel 2009 ha pubblicato, sempre con Einaudi, Il meccanico delle rose.

Nei suoi libri Ziarati ha ricostruito la rivoluzione khomeinista attraverso l'innocenza dell'infanzia, contrapponendo quotidianità e sogno alla storia degli eventi e raccontando l'appartenenza alla cultura persiana.

 

Immagine: 
Bibliografia: 
  •  Un giorno da stella cadente, Fara di Santarcangelo di Romagna, 1995
  • Salam, maman, Einaudi, 1996
  • Il meccanico delle rose, Einaudi, 2009

 

Filmografia 

  • L'occasione fa l'uomo ladro, soggetto e sceneggiatura, prodotto da Istituto Fellini - Centro professionale della comunicazione audiovisiva (cine-tv), regia Valeria Longo, 1998.
  • Il Cibo dell'anima, documentario, partecipazione (episodio Storie dell'Islam), prodotto da Rai tre e Emme Audiovisivi, regia Piero Cannizzaro, 2008.

 

incipit: 

Il meccanico delle rose

 

Capitolo primo

Akbar

 

Il paese era illuminato da una luna storta di primavera, accasciata su una nuvola solitaria.

Gli zingari, appoggiati al carro, suonavano i loro strumenti facendo echeggiare un canto, ora triste per un amore lancinante e deluso, ora gioioso per uno felicemente germogliato e ricambiato.

Zoleikha piroettava attorno al falò, incurante della presenza dei fedeli, come una falena innamorata della sua mortale candela.

Gli uomini del paese, accomodati a gambe incrociate sui tappeti secondo l'anzianità e la ricchezza, avevano lo sguardo fisso su di lei. I più aspiravano nervosamente boccate dense dalle lunghissime pipe, e i fumatori non abituali si abbandonavano alle rigide canne del narghilè e alle sue gorgoglianti lamentele per quelle labbra inesperte.

Avvolte nella tradizione, le donne erano ammassate senza apparente armonia e il loro schiamazzare ribadiva l'assenso e il trasporto.

I piccoli vagavano come creature come creature invisibili, seccanti mosche che appaiono dal nulla e scompaiono a un rapido gesto della mano, per riproporsi con più insistenza e fastidio.

Ad ogni movimento attorno al falò, il corpo di Zoleikha diffondeva il suo profumo. Era lei la luce che splendeva per gli occhi di suo padre. Era lei l'invidia covata in silenzio nel petto di ogni donna presente. Era lei il desiderio inconfessabile di tutti gli uomini di stagionale credo che l'ammiravano pasturando i pensieri più impuri.

Prima dell'aurora, rincorsa solo dal richiamo alla preghiera del muezzin e dal canto del gallo, il vecchio ramaio, padre di Zoleikha, si avviò con poche ore di sonno nel fagotto lungo l'itinerario della fioritura delle rose da essenza. A scandire il suo passaggio, solo il rumore degli zoccoli del mulo.

Akbar lo osservò attraverso il vetro opaco della finestra di casa mentre svaniva all'orizzonte. Nella penombra della stalla, sotto il barlume dardeggiante della luna, aveva visto con i propri occhi suo fratello Asghar e Zoleikha, e li aveva odiati. Nel silenzio che segue la preghiera dell'alba, Akbar maledisse Satana, lodò Iddio onnipotente tre volte e prese sua moglie come mai prima d'allora. E lei si concesse impeccabile, con la dovuta sottomissione di sempre.

 

Nove lune più tardi, in una notte ripudiata anche dalle nuvole invernali e in cui tutto era sepolto da un manto di neve infrangibile, Akbar si svegliò di soprassalto alle urla di sua moglie, e a pugni stretti sfregò svelto gli occhi gonfi di sonno, come per consolarli. Cercò di cogliere le sagome intrecciate delle sue tre figlie oltre l'addome di lei, per assicurarsi che stessero dormendo indisturbate; poi, senza rivolgerle ancora parola, fissò il suo viso segnato dal sole dei campi e tormentato dal dolore; le accarezzò piano i capelli in un gesto misericordioso, lo stesso che si compie nei confronti di una bestia ferita per quietarla. Infine le posò la mano destra leggera sopra il ventre per rassicurare lei e il bambino della sua presenza, e portò la stessa mano a strofinarsi il volto in segno di benedizione.

Si alzò in piedi invocando l'aiuto di Dio, aumentò l'intensità della lampada a olio facendo fuoriuscire lo stoppino, e si vestì; svegliò le bambine a una a una lasciandole tutte in piedi a sostenersi vicendevolmente, trasportò il loro materasso nella stanza accanto, le ricoricò nello stesso ordine invitandole a riaddormentarsi, e in piena coscienza assicurò a ognuna che al risveglio avrebbe conosciuto il futuro uomo di casa. Poi si precipitò ad attraversare il cortile per chiedere alla cognata di assistere la moglie in sua assenza.

Salutò con una carezza il cavallo nella stalla, lo sellò velocemente e galoppò verso l'abitazione dell'anziana levatrice; superato l'ultimo tratto di pianura, per riguardo nei confronti della quiete che regnava in quelle vie sterrate, ruppe l'andatura e si arrampicò per la montagna a tratti scoscesa che sorreggeva gli abitanti del paese.

Giunto alla casa della vecchia, diede tre colpi discreti con il batacchio a forma di mano e la porta si aprì subito. La levatrice era lì, vestita e pronta a seguirlo. Lui si stupì ancora una volta: già nelle tre precedenti occasioni, sempre in piena notte, l'aveva trovata ad attenderlo come una chiaroveggente.

Fece salire la vecchia sul cavallo e, redini alla mano, la precedette a piedi nella fanghiglia. Una volta a casa, legò il cavallo sulla strada lasciandolo sellato per il ritorno, come atto di buon auspicio, e attese l'esito del parto nel cortile, in compagnia del rumore dell'acqua che sgorgava dal pozzo come la più dolce delle ninnananne. Si lavò più volte la faccia per tenersi sveglio e puro, e dopo aver calpestato ogni palmo del patio si sedette sul tappeto steso nella veranda e iniziò a sgranare il rosario mormorando una benedizione per ogni perlina scartata. Il desiderio di vedere nascere l'erede maschio lo aveva scalfito nell'anima. Negli ultimi mesi, da quando il ventre di sua moglie si era fatto notare, era stato travolto da una crescente dedizione alla preghiera. Era così desideroso di avere un figlio che aveva fatto il voto, da sciogliere entro un anno dalla nascita dell'eletto, di recarsi in pellegrinaggio al mausoleo della santissima Massumeh, e una volta lì, far circoncidere il neonato, sacrificare il montone più grande per la grazia ricevuta e distribuire personalmente tutta la carne ai concittadini meno abbienti della Venerata. Aveva espresso questo voto in presenza di fedeli testimoni, e lo aveva considerato come il prezzo equamente pattuito innanzitutto con l'Onnipotente e poi con la santa Massumeh, mediatrice dell'affare.

A sua moglie aveva fatto mangiare più d'una mela al giorno e dolci fino alla nausea, le aveva proibito i sottaceti o la frutta acerba di cui era ghiotta e ad ogni pasto le aveva imposto l'ultimo boccone presente sulla tovaglia. Dal canto suo aveva cercato d'essere allegro e divertente in ogni occasione, anche a costo di fare a pugni con il suo umore, perché solo le donne felici fanno figli maschi.

 

 

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