Francesco R. Russo

data di nascita: 
Mar, 02/10/1951
Nato a: 
Lecce
Biografia: 

Francesco Rodolfo Russo è nato il 2 ottobre del 1951 a Lecce. Dal gennaio 1978 vive a Torino.

Di formazione letteraria, è passato attraverso varie esperienze di lavoro, (dall'operaio all'insegnante, fino all'attuale ruolo di direttore amministrativo presso un istituto scolastico torinese) senza mai abbandonare il mestiere della scrittura.

Negli anni Ottanta ha curato per il Gruppo Arte Viva, di cui è stato responsabile del Nord Italia, le edizioni del Premio Letterario San Carlo e il Premio Quattro Lustri in occasione dei vent'anni del Gruppo. Con l'incarico di condirettore culturale del "Laboratorio Permanente di Arte e Cultura" ha seguito le "Segnalazioni Cora per la cultura" e numerose serate letterarie del "Cartellone del Caffè San Carlo" di Torino. Ha fatto parte della giuria di numerosi concorsi letterari, tra cui il Premio San Carlo, il Premio Noi giornalisti, il Premio Poesia per la Pace e il concorso La Stampa in Classe, organizzato dal quotidiano La Stampa.

Fa parte come poeta mantellato dell'Associazione torinese Poesia Attiva e del Gruppo di studio interdisciplinare Arte e Psicologia di Firenze.

È stato responsabile di redazione della rivista "I Mesi dell'Aniruda" e ha collaborato a periodici e settimanali con articoli, rubriche e recensioni; è autore di manuali scolastici e ha diretto, dal 1996 al 2004, la collana di narrativa per la scuola "Agrifoglio" presso la Medusa Editrice.

Attualmente è direttore editoriale della casa editrice Giancarlo Zedde.

Molte delle sue opere letterarie sono riportate su periodici, adattate per recital e rappresentate sulla scena. Il sito internet Edimedia ha proposto alcuni suoi racconti, mentre il settimanale "La voce del sud" ne ha divulgati oltre un centinaio. Nel 2008 Russo ha partecipato con le sue opere poetiche alla mostra internazionale "Arte senza confini", che annoverava pittori, poeti e scultori provenienti da quindici nazioni. Nel 2009 ha pubblicato per l'editore Zedde il romanzo Il nome del padre, e nel 2012 presso lo stesso editore è uscito Indizi di esistenza, un romanzo dove medioevo e modernità si intrecciano.

 

 

 

Immagine: 
Bibliografia: 

Poesia:

  • Alle Vostre Eminenze, Edizioni Nova, 1980
  • Eros è Thanatos, I quaderni del Gruppo Arte Viva, 1983
  • Play Book, I quaderni del Gruppo Arte Viva, 1989
  • Sinfonie, Programmidea, 1991
  • Ombra Passeggera - Il lupo, Pinocchio e Gaalad, Editrice Salentina, 1997

 

Narrativa:
  • Maschere, Programmidea, 1987
  • Prima di Sìloe, Feat, 1990
  • Il regno delle scale, Edizoni Medusa, 1996
  • Margherita è anche un fiore, Medusa Editrice, 2002
  • La mansio dei Glesia, Giancarlo Zedde, 2004
  • Prima di entrare eri già qui, Giancarlo Zedde, 2006
  • La mansio di Glesia, Hachette, 2006
  • L'ospite imprevisto, Giancarlo Zedde, 2007
  • La mansio di Glesia, Hachette, II edizione, 2008
  • Il colpevole è Maigret, Giancarlo Zedde, 2008
  • Il nome del padre, Giancarlo Zedde, 2009
  • Indizi di esistenza, Giancarlo Zedde, 2012 (leggi la recensione)

 
Scolastica:

  • Il Giro d'Italia in 20 racconti, Il Capitello, 1991
  • I Nobel Raccontano, Le Ali di Pegaso, 1993
  • Leggere l'Europa, Loffredo, 1995
  • Parolandia, Edizoni Medusa, 1996
  • Che ridere - Racconti umoristici del Novecento italiano, Edizoni Medusa, 1999

 
Varia:

  • Garusso 51-91, Editrice Salentina, 1991
  • Secondo Noi..., La Stampa, 1992
  • Omaggio alla gioia, Editrice Salentina, 1995
  • Kurdistan: una realtà, cura della versione italiana di un'antologia di liriche curde, Città di Torino, 1984
  • Candela, cura della versione italiana delle poesie di Tarik Aziz detto Khabat, Città di Settimo Torinese, 1991

 

incipit: 

Indizi di esistenza

 



A.D. 1480 Otranto, venerdì 28 luglio

 

Il sole, proseguendo la salita nel cielo, irradiò la costa e il mare. I raggi, distendendosi, accarezzarono le piccole creste candide che striavano l'acqua azzurro acciaio fino all'orizzonte. La luce cresceva e l'aria si scaldava, sebbene una brezza proveniente da terra provasse, dopo aver fatto frusciare le foglie palmate delle viti e quelle oblunghe e argentee degli olivi, a mitigare il calore del giorno. Sarebbe sembrata una placida mattinata d'estate se la permanenza a terra dei pescatori non avesse fatto sospettare che dovesse avvenire qualcosa che, in effetti, non tardò ad accadere. La situazione meteorologica mutò repentinamente rendendo pericolosa la navigazione. Il leggero vento, difatti, andò a scontrarsi fino a soccombere con le folate di tramontana che con impeto flagellarono anche le piccole creste, mutandole in scintillanti lance che elevandosi fino a diventare picchi causavano pendii assai ripidi che precipitavano in ampi avvallamenti.

Il cielo perse luminosità; i gabbiani, dopo aver gridato, scomparvero.

In modo inaspettato, sul flutto più alto apparve una galea che immediatamente sparì, mentre già ai suoi lati danzavano in cima ad altre onde nuove imbarcazioni. Il canale si riempì di legni che s'intuì non trasportavano mercanzie, soprattutto a causa del numero, della forma delle vele e delle insegne turche. Quelle navi, che sembravano dirigersi verso Brindisi, erano circa duecento.

 Galee, galeotte, fuste e maone sembravano dirette a Brindisi, ma inaspettatamente, probabilmente perché dal largo i marosi correvano contro le imbarcazioni sollevandole, abbassandole di prua e alzandole improvvisamente di poppa, mutarono rotta e volsero verso la spiaggia confinante con i laghi Alimini, a quattro miglia da Otranto.

Gli uomini che dagli scogli avevano avvistato la flotta capirono che i Turchi, una volta approdati, si sarebbero diretti verso la loro città. Iniziarono, quindi, a correre e a gridare di ritirare le bestie dentro le mura.

 

L'araldo saraceno arrivò il giorno successivo.

- Akmed Ghedik Pascià è venuto con quest'armata per ordine del nostro signore Maometto II per prendere possesso della città; se la consegnerete senza combattere sarete liberi di andare con mogli e figli dove più vi piacerà; se preferirete restare sudditi di Akmed Ghedik Pascià sarete trattati come gli altri sudditi.

Quelle parole, tradotte da un interprete, ricevettero per risposta il silenzio. Silenzio che parve durare a lungo. Poi, la prima manifestazione di una volontà che si sarebbe ripetuta nella sostanza, benché con espressioni diverse:

- Questa è casa nostra; noi non andremo via da qui! - Esclamò una fanciulla.

Iniziarono il vociare e le professioni di fede.

L'araldo aspettava che qualcuno gli rispondesse.

Il capitano Zurlo chiese e ottenne il silenzio; poi dichiarò con determinazione:

- Otranto è suddita della serenissima e cattolica maestà del Re Ferdinando i d'Aragona. Se accettassimo la proposta del tuo Signore negheremmo la Patria e la nostra Fede. Dite ad Akmed Ghedik Pascià che questa gente - indicò coloro che lo affiancavano - ha resistito a Totila e ai Normanni e resisterà anche alle vostre armate. Se la volete conquistatela con le armi.

L'araldo si allontanò, dopo essersi fatto tradurre il proclama.

Subito dopo l'arcivescovo Stefano, Zurlo, Delli Falconi, il capitano Nicola Picardi e i maggiorenti della città convocarono il popolo nella cattedrale.

Zurlo fu il primo a parlare:

- Sua Maestà Ferdinando i d'Aragona, Re di Napoli, ha deciso di elevarmi a governatore di questa città. - Tacque per qualche istante, riprese: - Tuttavia, non è in questa veste che vi parlo, ma in quella di capitano del presidio militare, insufficiente a difendere Otranto. - Un'altra pausa consentì a Don Francesco di guardarsi intorno: neanche uno accennò a intervenire. Proseguì: - Dobbiamo resistere nell'attesa delle milizie di Don Alfonso. Oggi stesso invierò lettere a Lecce, Brindisi e Napoli. - Volle mostrarsi fiducioso: - Vedrete che gli aiuti arriveranno. Nel frattempo, - ordinò, - tutti devono entrare fra le mura, portando con sé cibarie e animali; si levino i ponti e si chiudano le porte e si rimanga vigilanti nell'attesa.

Terminata la riunione, il capitano Giannantonio Delli Falconi, accompagnato dal nobile Picardi, fece il giro delle mura e ordinò di prepararsi alla difesa:

- Alzate i ponti - comandò - calate le saracinesche e chiudete i rastrelli. - Infine aggiunse: - Che si gettino in mare le chiavi della città.

 

Uno dei maggiorenti di Otranto camminava avanti e indietro nel salone della sua casa, quando entrò una fanciulla.

- Padre, mi avete mandato a chiamare? - domandò con gli occhi bassi.

- Sì, figlia mia. Stanotte partirai per Lecce.

- Ma, padre...

- Mi hanno riferito che i Turchi fanno razzie di tutto quel che trovano nei dintorni. - Tacque brevemente, riprese: - Penso che presto sferreranno l'attacco alla città; non so per quanto tempo potremo resistere e non penso che Don Alfonso arriverà a tempo per salvare la città e chi c'è dentro. Per questa ragione, voglio che tu e mio nipote andiate via.

- Vostro nipote? - domandò, arrossendo leggermente e continuando a guardare per terra.

- Cara figliola - avvicinò a sé la ragazza e l'abbracciò teneramente. La allontanò per poterla guardare in viso. Si sforzò di sorridere, disse: - Sono vecchio, ma spero che tu non pensi che per questo motivo sia anche stupido. Ti ho vista con il tuo bel soldatino con corazza e cinghie di pelle...

- Padre...

Non le consentì di negare; la interruppe:

- Ho interrogato Carmela...

- Che cosa ne sa lei? - Alzò gli occhi per mostrare il disappunto.

- Ha avuto nove figli; vuoi che non sappia quando una donna è incinta? In ogni caso, non intendo discutere. - Ribadì quanto aveva deciso: - Questa notte partirai. Ti accompagneranno Carmela, Oronzo e Nino. Adesso va' a prepararti.

 

I messaggeri per Lecce e Brindisi erano partiti da qualche tempo. Don Francesco Zurlo, ultimata la terza lettera, quella indirizzata a Ferdinando I, stava per rileggerla quando bussarono discretamente alla porta.

- Avanti! - Gridò, passando una mano fra i capelli.

- Don Francesco, sono qui ai vostri ordini - dichiarò il giovane con voce bassa ma risoluta.

- Leggete. - Intimò il governatore, mentre gli consegnava la lettera. - Ad alta voce! - aggiunse perentoriamente.

- Serenissima e Cattolica Maestà - iniziò il giovane, con un certo imbarazzo. - È indirizzata a Ferrante... - Non capiva perché dovesse leggere una lettera indirizzata al Re.

- Avanti, avanti, - lo sollecitò don Francesco. - Non perdete tempo.

- ...l'istante necessità ed evidente pericolo non pare che facciamo con Vostra Maestà tanti lunghi proemi; perché l'armata turchesca che ha dimorato tanti giorni alla Valona, in quest'ora è comparsa ai danni nostri. La provisione che è nella città è poca, il nemico è potente, quale col numero di centocinquanta e più vele è venuto ad assalirci: se la Maestà Vostra non fa subito quella provisione necessaria, noi porteremo gran pericolo di perderci ed essere presi; noi dal canto nostro non mancheremo di difenderci per quanto sarà possibile, e faremo il nostro dovere; ma il manco sarebbe la perdita della Vita, e dei nostri figli, mentre quello che più importa sarà il disservizio di Dio, e il danno che potrà sostenere alla Maestà Vostra... - Il giovane s'interruppe. - Don Francesco perché...

- Proseguite.

- La supplichiamo pertanto per amore di Dio - riprese a leggere -che ci dovesse soccorrere subito contro questo cane, nostro nemico tanto potente. Né diremo altro se non raccomandarci umilmente alla Maestà Vostra, che nostro Signore guardi e conservi per lunga serie di anni con ogni felicità; e noi liberi dall'oppressione dei nostri nemici e dalla presente invasione. Data in Otranto il 28 luglio 1480.

Terminata la lettura, il giovane sollevò gli occhi e li diresse verso il governatore che, impedendosi di far trapelare la preoccupazione, con voce ferma impartì l'ordine:

- Partite per Napoli, subito. Consegnerete la lettera a Sua Maestà e riferirete ciò che vi è noto e che non è, per brevità, inserito nel testo.

 

Il giovane inviato a Napoli, allontanandosi di soppiatto da Otranto, ebbe comunque modo di notare le bombarde turche spinte verso la città: erano di bronzo, di ferro oppure forgiate con entrambi i metalli. Tutte, però, avevano una caratteristica che destò gran meraviglia nel soldato: erano grosse come botti e avrebbero tirato palle di pietra viva di smisurata grandezza: alcune, infatti, erano di dieci palmi di circuito, altre di otto, altre di sei. Sarebbe voluto tornare indietro sia perché avrebbe voluto combattere in difesa della città sia perché nella città viveva la ragazza che amava. Non lo fece, anzi accelerò; prima sarebbe arrivato dal Re più presto sarebbero partiti gli aiuti per Otranto.

Non sapeva però che oltre a lui, stavano per abbandonare la città, dandosi a una fuga tanto precipitosa quanto indegna, molti soldati del presidio militare.

L'indomani, a difendere Otranto ci sarebbero stati solamente gli Idruntini: perlopiù contadini e pescatori che poco o nulla conoscevano dell'arte della guerra.


Cuneo. Domenica 28 novembre 2010. I d'avvento.

 

Quando iniziarono a mulinare i primi granuli farinosi che, con il passare del tempo, andarono a impallidire i tetti, Ludovica ebbe la conferma che le previsioni meteorologiche dei giorni precedenti erano esatte. La donna, sveglia da almeno due ore, seduta dietro la scrivania posta sul soppalco, dominata da un'improvvisa emozione, guardò rapita la neve che scendeva priva di voce e le tornò alla mente il primo pomeriggio del sabato, quando le foglie cadute sul viale, colorate nelle varie sfumature dell'autunno, crocchiavano sotto i suoi piedi. Dopo pranzo, infatti, attratta dal sole, aveva raggiunto il rondò Garibaldi e si era avviata verso meridione, con l'intenzione di raggiungere il Santuario di Santa Maria degli Angeli. Affrontava la camminata dopo molti anni. Probabilmente per questo motivo s'era guardata attorno come se vedesse l'ambiente per la prima volta. In questo modo aveva potuto notare che gli alberi erano numerati dall'uno al milleduecentodieci. La numerazione iniziava dal lato destro andando verso il Santuario, ritornava indietro sullo stesso marciapiede per poi proseguire su quello opposto, nello stesso modo: i numeri salivano verso Sud e continuavano ad aumentare ritornando indietro. A un certo punto, sul marciapiede di sinistra aveva visto il primo cartello: nella parte superiore della cornice c'era scritto «Oasi», in quella inferiore «Aria Protetta», mentre nel mezzo in un riquadro rosso, al cui centro era raffigurato un volatile, c'era scritto L.I.P.U. Più avanti aveva incontrato altri cartelli che l'avevano sorpresa, considerato che si trovavano su un viale cittadino, perché vietavano la caccia. Arrivata a destinazione era entrata nel giardino davanti al Santuario e, prima di riprendere la via del ritorno, era salita con lo sguardo dall'area fluviale del Gesso alla Besimauda, imbiancata per metà.

Ludovica, senza rendersene conto, sollevò una mano e lasciò che rimanesse sospesa in una posizione innaturale. La penna che reggeva indicò un punto del soggiorno, quasi a voler additare qualcosa di nascosto che doveva essere rivelato. Scosse la testa, sorrise, guardò distrattamente lo scritto e chiuse il quadernone. Aprì un cassetto della scrivania e ripose con cura un plico; pensierosa richiuse il tiretto. Gli occhi andarono nuovamente all'esterno per seguire i granuli di neve. Poi, lo sguardo si appannò e il ricordo la catapultò a Sonora. Era rientrata dal Messico da una quindicina di giorni e ancora non aveva smaltito la delusione per non essere riuscita a trovare notizie inedite su Carlos Castaneda e sul suo maestro don Juan Matus, uno stregone indiano yaqui.

Aveva letto qualcosa sui due e ne era rimasta talmente affascinata da organizzare il viaggio nel Centro America. Adesso si chiedeva che cosa realmente aveva sperato di trovare. Certamente non avrebbe avuto risposte diverse da quelle lette nei libri.

- Un uomo di conoscenza sa che la morte è l'ultimo testimone, perché vede. - Pronunciò la frase di don Juan a voce bassa; poi s'interrogò: - Chi sa se adesso mi sta osservando? - Crollò il capo quasi a voler allontanare un brutto pensiero.

Guardò il quadernone. Aveva sperato che accadesse qualcosa, invece non era arrivata alcuna risposta: la penna non s'era mossa e la pagina era rimasta bianca. Le sovvenne alla mente una frase di don Juan che ammoniva di non avventurarsi nell'ignoto senza avere nessun potere perché era un'azione stupida e si rischiava d'incontrare soltanto la morte.

I pensieri di Ludovica sembravano indirizzati solamente verso una presenza che poteva essere definita nulla o tutto o, semplicemente, ciò che si desiderava che fosse.

Era arrivato il momento di muoversi; si sollevò, discese le scale e raggiunse il soggiorno. Per qualche istante guardò fuori per abbracciare i tetti che circondavano l'abitazione, poi si girò, scese i quattro gradini che portavano nel corridoio ed entrò nella stanza da letto, andò nella cabina armadio e indossò il giaccone blu. Tornò indietro. Nell'antibagno degli ospiti infilò le scarpe da pioggia e uscì.

Lentamente discese le scale, ancora attaccata a pensieri che, seppure intralciati da onde impercettibili, non interruppero il loro viaggio. Arrivata dabbasso attraversò il cortile con passo accorto per evitare di scivolare sullo strato di neve; aperto il portone e richiuso con insolito garbo si diresse verso Piazza Galimberti. I portici bassi di Via Roma la riparavano dalla neve e dal freddo. Poco prima del Duomo gettò un'occhiata all'«Antica Libreria Salomone» e rilesse gli avvisi che, ripetuti di vetrina in vetrina, ricordavano che dal 20 novembre tutti i pomeriggi, dalle 15,00 alle 19,00, c'era la svendita totale dei libri al prezzo che variava dai 3 ai 5 Euro. Non riusciva a immaginare come si potesse liquidare tutto dopo centocinquanta anni di attività, considerato che quella libreria era stata anche una delle stamperie dei Savoia; insomma un pezzo di storia della città e non soltanto. Così com'era accaduto nei giorni precedenti anche questa volta pensò che non sarebbe entrata ad acquistare nulla; se l'avesse fatto avrebbe avuto l'impressione di rubare. Era un'idea esagerata e la scacciò. Pensò invece che più avanti, sotto i portici di Piazza Galimberti, un Orso bianco 'aveva occupato' il posto di un'altra libreria: dolciumi al posto di pagine odorose di tipografia.

Arrivata alla piazza, invece di attraversarla, preferì allungare il percorso per rimanere al coperto.

Entrò da «Arione». Sedette e ordinò un caffè decaffeinato. Il locale era affollato dagli acquirenti della domenica. Guardò in giro, ma non le parve di scorgere volti conosciuti: probabilmente gli indigeni, benché non fosse ancora iniziata la stagione sciistica, erano fuori città.

Aspettava che la servissero, quando si scoprì a pensare alla sua richiesta: "Un caffè decaffeinato". Avrebbe potuto anche prendere "un tè deteinato" o, magari, sempre che esistesse, "una cioccolata decioccolata".

L'arrivo del cameriere le diede lo spunto per un altro giro d'orizzonte. Notò i primi panettoni invernali. Aveva aggiunto lei l'aggettivo, ricordando che, invece, lo scorso agosto nei negozi dove si vendeva il dolce era specificato: 'estivo'. Sorrise. Probabilmente Cuneo era l'unica città italiana dove si vendeva il panettone anche in estate e a qualcuno sarebbe sembrato strano, non sapendo che in alcune zone della Francia il panettone si vende tutto l'anno e che la Provincia Granda e il suo capoluogo sono meta di numerosi transalpini.

Bevve il caffè, si guardò di nuovo attorno e un'altra volta i visi le parvero anonimi e non soltanto perché le erano sconosciuti. Aveva sperato almeno di scambiare un saluto. Era delusa. Ritornata nella sua terra dopo anni di assenza, aveva avuto modo di appurare quanto fosse difficile riannodare i legami di un tempo. Dei vecchi amici si erano fermati in pochi a Cuneo: conseguita la laurea, i più avevano scelto di migrare verso luoghi che offrivano maggiori opportunità di lavoro. A Ludovica il cambiamento di chi aveva deciso di rimanere appariva evidente: aveva lasciato dei giovani che desideravano realizzarsi nella città d'origine e ritrovava individui adulti con un passato a lei sconosciuto. Molti erano ammogliati, avevano figli e nipoti, altri erano vedovi, con prole o senza. Tutti o quasi sembravano contenuti nella quotidianità. La città aveva un aspetto grigio; il sole, ossia quel baluginio che fa di una persona un'anima viva, sembrava ostacolato nell'esercizio di scaldare e illuminare. Tra chi era rimasto, qualcuno dava segnali certi di crescita, mentre altri, la maggior parte, erano marcati solamente dalle rughe degli anni; la vecchiaia in costoro non era legata a un fatto semplicemente anagrafico. Come percepivano lei? Come una vecchia o come una donna che, seppure avanti negli anni, aveva raggiunto il giusto equilibrio? Poi, desiderava veramente essere considerata una persona assennata? Soltanto in parte probabilmente, vale a dire per quella porzione d'individui che esprimevano giudizi poco lusinghieri al suo riguardo. Nella sostanza, Ludovica voleva essere se stessa, con guizzi rilevanti d'imprevedibilità non sempre comprensibili in una città fin troppo placida. Per questa ragione, era difficoltoso stabilire nuovi rapporti.

Pagò e uscì.

Stava per incamminarsi verso casa, quando un urlo di dolore la fece voltare. (...)

 


 





Il nome del padre



La verità di Madeleine

 

Juliette Le Guen, per espresso desiderio del nonno e prima di raggiungere la madre, da Saint-Raphaël si recò a Sainte-Maxime in visita di cortesia a una vecchia amica di famiglia che da qualche anno si era stabilita nella cittadina di fronte a Saint-Tropez.

Parcheggiata l'auto, scese e si accostò al cancello, senza però superarlo.

Guardava.

Scrutando in lungo e in largo il piccolo giardino andò indietro nel tempo e si rivide bambina, con la madre alle spalle che, con voce calma, la invitava a entrare.

La porta s'era aperta e madame Antoinette Colbert le aveva accolte festosa.

Per qualche tempo erano rimaste ospiti in quella casa che assomigliava a un cottage inglese.

Al mattino andavano al mare, mentre nel pomeriggio si recavano in piscina, dopo il riposino.

Juliette, però, aspettava la sera; era in quella parte del giorno, a un'ora precisa, che avveniva l'incontro.

Ogni sera, difatti, un ospite percorreva i giardini delle villette.

La Juliette adulta sorrise, spinse il cancello ed entrò, proprio mentre dall'uscio appena aperto le veniva incontro, appoggiata a un bastone e con passo claudicante, madame Colbert.

- Stai pensando a Spinetto? - la interrogò la donna.

- Sì - rispose abbracciandola. - Ti trovo bene, zia. - La chiamava così fin da bambina, sebbene non avesse alcuna parentela con la sua famiglia.

- Alla mia età - commentò con voce apparentemente rilassata - è un dono del Signore. Il tuo vecchio come se la passa?

- Il nonno è a dieta, la mamma invece...

- So, so... Immagino che tu stia andando da lei.

- Sì, mi aspetta.

- Andrai nel pomeriggio - decise. - Non ti vedo da tanti anni; la tua visita non può essere breve.

- Spinetto? - s'informo sul riccio visitatore.

- Scomparve tanto tempo fa. - Rispose la donna senza fornire particolari.

Entrate in casa madame Colbert la fece accomodare nel soggiorno.

Sul tavolino erano pronte alcune tartine e delle ostriche.

- So che ti piacciono - disse indicando i molluschi. - Adesso prendo lo champagne. È quello di tuo nonno - aggiunse, prima di scomparire oltre la porta della cucina. Tornata indietro posò bottiglia e bicchieri. Invitò la ragazza ad aprirla. Bevvero. - Lo champagne dei Le Guen è quello che preferisco. - Commentò.

Da quel momento iniziò il soliloquio; dopo aver raccontato, per l'ennesima volta, che il villino era stato acquistato dal padre di sua madre negli anni Trenta del secolo appena trascorso, elencò i malanni di cui soffriva; infine, richiamò alla mente gli anni in cui aveva risieduto a Reims.

Partì dai tempi della scuola, dove aveva conosciuto Roger Le Guen, e progressivamente, passando per Madeleine per la quale diceva d'essere preoccupata, arrivò a Juliette. Di ognuno di loro narrò situazioni di cui diceva d'essere stata testimone. A Charlotte, la nonna della ragazza, accennò solamente, riferendo un aneddoto legato al matrimonio.

Dopo pranzo, Juliette si cogedò da madame Colbert e partì in direzione di Aix-en-Provence.

 

Viaggiava verso la clinica dove era ricoverata Madeleine.

Nell'auto, benché provasse a distrarsi ascoltando la radio, Juliette sentiva la voce della madre sostenere d'essere estenuata dell'ospedale e della promiscuità con altri ammalati. Continuava a udirla, quando affermava d'essere stanca di affidarsi a persone che pensavano per lei oppure quando ricordava d'aver chiesto l'anestesia spinale, che l'aveva privata per qualche ora dell'uso degli arti inferiori, perché non voleva sottoporsi all'intervento chirurgico, priva di coscienza. L'impossibilità di muovere le gambe le aveva procurato un disturbo d'ansia così forte da farle dichiarare d'essere claustrofoba; da allora continuava a ripetere che gli ambienti angusti la angosciavano e che l'idea d'essere chiusa in una bara, sebbene la ragione la rendesse consapevole che da morta era impensabile che potesse provare alcun tipo di fobia, la atterriva letteralmente. Per questo motivo, aveva chiesto alla famiglia di cremarla. Ridotta in cenere, pensava, si sarebbe evitato anche il funerale. Un'urna o un contenitore di qualsiasi fatta sarebbe bastato a contenere i resti mortali. Così non sarebbe stato necessario il carro funebre né persone al seguito, con la loro profusione di parole di circostanza. I soliti blablà d'ogni funerale dove la gente, dopo aver indossato la maschera contrita, prende le distanze dalla morte conversando di amenità di ogni tipo. No, non voleva proprio morire a Reims. Aveva quindi comunicato a padre e figlia di aver individuato il ricovero ideale dove trascorre i suoi ultimi giorni. Si trattava di una clinica privata nei pressi di Aix-en-Provence.

I familiari ancora non comprendevano la ragione della scelta. Aix-en-Provence non era una località che frequentavano ed era distante, sia da Reims, dove abitava il vecchio Le Guen, sia da Saint-Raphaël, dove possedevano una villa, sia da Lione, dove la figlia era andata a risiedere.

Juliette superò il cancello d'ingresso della clinica nel primo pomeriggio e solamente allora si avvide che la giornata, sebbene si avvertisse ancora umidità nell'aria, era limpida. Il cielo, privo di nuvole, era di un azzurro primaverile. Per questa ragione confidava, tornato in Francia il sole dopo alcuni giorni di acquazzoni, di trovare la madre di buon umore.

Viaggiava dal mattino e si sentiva stanca.

Parcheggiò, scese dall'auto e si guardò intorno. Sospirò, passandosi una mano tra i capelli castano chiaro tagliati corti, e si diresse verso l'entrata della clinica.

Nell'atrio evitò l'ascensore preferendo le scale. In questo modo avrebbe avuto il tempo di prepararsi all'incontro, indossando una maschera risoluta e gioviale nello stesso tempo.

Respirava affannosamente quando arrivò davanti alla stanza della madre. Non era stata la salita a provarla, ma il pensiero di trovarsi di fronte una persona irrimediabilmente segnata dalla malattia. Guardò la porta con l'aria di chi si sta preparando a superare un reticolato di filo spinato e costruì un sorriso, sforzandosi di estenderlo fino agli occhi.

Entrò senza bussare.

- Ciao come va? - Juliette interrogò la madre con voce sussurrata intanto che avanzava con passi lievi e indirizzava lo sguardo verso Florence, l'infermiera di giorno che si occupava personalmente di Madeleine, cercando una risposta confortante che invece non arrivò. Anzi la donna, con la scusa plausibile di lasciarle sole, si alzò dalla poltrona e guadagnò l'uscita rapidamente.

 


 

 

 

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