Marco Lazzarotto

data di nascita: 
Mar, 19/06/1979
Nato a: 
Torino
Biografia: 

Marco Lazzarotto è nato il 19 giugno 1979 a Torino, dove vive. Scrittore appassionato di fantascienza e «di grandissima fede granata» ha cominciato a scrivere fin da piccolo, romanzando i suoi videogiochi preferiti (come The secret of Monkey Island, ad esempio), o parodiando i film che amava.

Dal 2002 al 2004 ha frequentato il Master biennale in Tecniche della Narrazione della Scuola Holden di Torino, e nel 2006 ha pubblicato un racconto in un volume della casa editrice Zandegù. Fra il 2007 e il 2008 ha scritto tre saggi sulla scrittura per la collana "Scrivere" di  DeAgostini.

Nel 2008 è uscito per la casa editrice Instar Libri il suo primo romanzo, Le mie cose, con cui nel 2009 è giunto finalista al Premio John Fante Arturo Bandini Opera Prima. Sul filone della fantascienza che cerca di raccontare gli aspetti negativi del presente proiettandolo in un futuro surreale, Le mie cose (che narra di feti che parlano sin dal ventre materno, nonne defunte che vengono caramellate per la gioia dei nipotini, reality-show sulla tossicodipendenza) ha evocato nella critica il cosiddetto  "avant-pop", una sorta di mega-genere letterario che includerebbe autori e opere molto diversi apparsi negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta, e accomunati dallo stesso interesse per la cultura popolare. 

Nel 2012 l'autore ha dato alle stampe il romanzo Lei aveva finito per parlare di altro (Epika edizioni), e nel 2013  Il ministero della bellezza (Indiana edizioni), un viaggio in un'Italia contemporanea e deviata, dove un ipotetico presente assurdo, ma terribilmente reale, prende il sopravvento e il controllo d'ogni cosa.  

Attualmente Marco Lazzarotto collabora con la Scuola Holden come insegnante ed editor di progetti editoriali, e con varie case editrici come redattore e correttore di bozze.

 

 

 

 

Immagine: 
Bibliografia: 

Narrativa:

  • La mia ragazza da un milione di dollari in Hollywood Party, 9 racconti ispirati a flim fichi, Zandegù, 2006
  • Le mie cose, Instar Libri, 2008
  • La bugia più grossa, in Tina, rivista online, n.22
  • Lei aveva finito per parlare di altro, Epika edizioni, 2012
  • Il ministero della bellezza, Indiana, collana I lucci, 2013

Saggistica:

  • Il dialogo. Dentro le virgolette, De Agostini, 2007
  • La riscrittura. Scrivere, rileggere e riscrivere, De Agostini, 2007
  • La noia. Pericolo o risorsa? Come gestire i tempi morti della narrazione, De Agostini, 2008

 

incipit: 

Le mie cose



Un regalo di Giorgio

 

Non ho dormito molto, stanotte. Sono stata tormentata dai dubby.

È successo di nuovo. Non so come, ma sono riusciti a fuggire dalla gab-

bietta. E pensare che questa volta avevo assicurato la porticina con il fil di

ferro, l'avevo avvolta in un telo e messa in cima al pensile più alto della cuci-

na. Avevo chiuso la porta, ma non mi era sembrato il caso di dare un giro di

chiave. Eppure i dubby sono riusciti ad arrivare in camera mia, a salire sul

letto e a infilarsi nei miei capelli.

Questa notte i dubby hanno condotto i miei pensieri su una strada diver-

sa dal solito: che Giorgio mi abbia lasciata per quella storia dell'autotrapian-

to di peli pubici.

Non ha mai accettato il fatto che i suoi capelli si stessero ritirando, e crede-

va molto nell'autotrapianto di peli pubici.

«Sarebbe un'ottima soluzione» continuavo a ripetergli, «se non fosse che

tu hai i capelli lisci e lunghi e i tuoi peli pubici sono corti e ricci.»

Lui si arrabbiava. «Li farò stirare!» diceva. Poi si alzava e andava in giro per

casa a sbattere porte per far vedere quanto era arrabbiato.

Sì, forse quella era una spiegazione plausibile. Mi sono portata una mano

alla testa e ho sentito tanti bigodini pelosi che, con le loro zampette rosa, mi

massaggiavano la cute per stimolare il pensiero. Mi sono accorta di avere

molti dubby in testa, questa notte.

Probabilmente Giorgio ha preferito America a me proprio perché lei lo

avrebbe accettato se si fosse fatto l'autotrapianto di peli pubici. In realtà, se

Giorgio avesse fatto davvero quell'operazione, lo avrei amato come prima. Il

mio era solo un consiglio estetico. Forse lo avrei apprezzato di più con una

stempiatura accentuata, piuttosto che con i peli crespi del suo uccello in

testa. Forse avrei dovuto farglielo capire. Forse avrei dovuto dirgli: «Sarebbe

un'ottima soluzione, ma a me vai bene così. Anzi, direi che sei megliocosì.

Più misterioso. Più intrigante. Come Valerio Mastandrea ne Il kebabbaro IV».

Forse sarei dovuta scendere a un compromesso, dirgli che sì, fare l'autotra-

pianto era un'ottima soluzione, ma che sarebbe stato meglio se si fosse

tagliato i capelli più corti, invece di tenerli sciolti fino alle spalle. Forse era

in un momento di crisi e io non l'ho capito. La sua vita stava cambiando, era

stato scaricato sul lavoro e vedeva nel declino della sua capigliatura il decli-

no stesso della sua esistenza. Non gli sono stata abbastanza vicina?

Stacco un dubby dalla testa e lo osservo. Sembra un pene peloso dotato di

occhi, zampette glabre e una codina corta che non si ferma mai. Il muso

appuntito annusa l'aria con fare indagatore, mentre le zampette afferrano

il vuoto come cercassero un appiglio. Nel complesso, non è una brutta

bestiola. A volte ho l'impressione che siano ciechi e che si muovano perce-

pendo i nostri pensieri. Forse hanno un radar, come i pipistrelli, con il quale

captano le nostre ondate di perplessità. Tolgo gli altri, e li riporto in cucina,

nella gabbietta da cui sono scappati.

Ma la gabbietta è piena di dubby. Il che significa che non sono scappati,

e che questi che tengo tra le mani vengono da fuori. I dubby si stanno mol-

tiplicando, stanno aumentando, si annidano nella casa, in qualche intersti-

zio, pronti a tormentarmi. Per fortuna sono animali abbastanza puliti e sim-

patici - non come i piccioni - per cui non li ucciderò. Li metto nella gab-

bietta insieme con gli altri e, considerate le energie che hanno consumato

per stimolare la mia mente, li nutro. Metto un po' di pappa nel distributo-

re e nei due piattini che lascio nel corridoio per i dubby vaganti. Mai

dimenticarsi di nutrire i dubby.

Poi torno a letto: sono le quattro meno un quarto. Poco più di tre ore

dopo suona la sveglia.

 

La sveglia è un regalo di Giorgio. Forse per questo, nonostante la natura irri-

tante dell'oggetto, non l'ho ancora fatta a pezzi.

Quando suona, non emette un comune bip bip. All'inizio si sente un debo-

le fruscio che dura poco meno di tre secondi, e si capisce che sta per parti-

re un suono registrato; ma non è chiaro se sia stato inserito dai progettisti

della sveglia, o se si tratti di un pensiero gentile di Giorgio.

Il suono della sveglia è il verso di un animale: su questo non ci sono dubbi.

Quello che rimane da chiarire è di quale animale si tratti. Chi l'ha sentito

ha parlato di un incrocio tra l'urlo di disapprovazione di una scimmia idro-

foba, il richiamo d'emergenza di un rapace ferito e la frenata di un'auto con

le pastiglie consumate.

A dire la verità, l'immagine evocata dal suono è quella di un animale anti-

co, scomparso, un binario morto dell'evoluzione dei rettili. Se così fosse,

come è stato registrato? E dove? E quando?

Poi il volume dell'urlo aumenta rapidamente, come se la bestia, che si

suppone dotata di ali, stesse planando sul mucchio di coperte. Ma ecco che

dal mucchio di coperte scatta un braccio femminile, quasi un meccanismo

a molla, una trappola spacca-sveglie, un movimento che denota riflessi invi-

diabili. Dalla base della sveglia sono però spuntate quattro zampette mecca-

niche che l'hanno sollevata e, prima che il braccio riesca a colpirla, le hanno

fatto fare un balzo giù dal comodino. La sveglia corre per casa, urlando di

nuovo, mentre la mano, che si era mossa così prontamente, va a battere con-

tro la parete retrostante.

«Ahia» dicono le coperte.

 

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