Remo Bassini

data di nascita: 
Dom, 23/09/1956
Nato a: 
Cortona (Arezzo)
Biografia: 

Remo Bassini è nato il 23 settembre 1956 a Cortona, in provincia di Arezzo. Pur mantenendo uno stretto legame con la Toscana, vive da molti anni a Vercelli dove i genitori si sono trasferiti nel 1958.

Giornalista e scrittore, dopo il  diploma ha lavorato sette anni in fabbrica, prima come operaio-sindacalista poi come studente-operaio-pendolare: nel 1982 si è infatti iscritto alla Facoltà di Lettere dell'Università di Torino pagandosi gli studi con un secondo lavoro, quello di portiere di notte, che gli ha consentito di arrivare a un passo dalla laurea coltivando al contempo altre passioni, come il teatro (nel 1988 ha recitato per il Teatro Civico di Vercelli  ne La vita è sogno di Calderon de la Barca, e nel 1989 ha interpretato L'uomo dal fiore in bocca di Pirandello all'Auditorium Santa Chiara di Vercelli ).

Intanto scopre il giornalismo, e nel 1986 inizia a collaborare con "La Sesia", storico bisettimanale di Vercelli e provincia fondato nel 1871. Nel 1988 viene assunto, si occupa di sport e di politica, ma intanto tralascia lo studio, che riprende nel 1991 con una tesi in Storia del Risorgimento. A "La Sesia" intanto, sotto la guida del direttore Francesco Brizzolara, firma alcune inchieste scottanti. Nel 1995 collabora assiduamente anche con "L'Indipendente" diretto da Daniele Vimercati, e oltre all'attività giornalistica - che culmina con la nomina a capo servizio - e al bowling praticato a livello agonistico tiene un corso di giornalismo nel carcere di Vercelli.

Nel 1996 comincia a scrivere il suo primo libro. Ha trentanove anni e, come lui stesso racconta,  «una sera bloccato dal mal di denti presi un bloc notes e dissi a me stesso: raccontami una storia. Tutto parte da quella sera.» Il quaderno delle voci rubate uscirà nel 2002, forte di intensi richiami alla campagna toscana, agli anni delle lotte sindacali ma ancor più a storie e persone che gravitano attorno alla redazione di un giornale di provincia.

Nel 2006, a quarantanove anni, dà alle stampe due romanzi in un colpo solo: Dicono di Clelia, uscito per Mursia e dedicato al fratello Moreno scomparso nel 2005, e Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel. Nel 2011 torna in libreria con il romanzo Bastardo posto, pubblicato dall'editore Perdisa Pop nella collana «Corsari». Un giallo, amaro e cupo, dove tutto accade in cinque notti: dopo la politica e il potere corrotti degli altri romanzi, qui è di scena anche la mafia.

Attualmente Remo Bassini è direttore di "La Sesia", collabora con Il Corriere Nazionale e cura il suo seguitissimo blog, senza trascurare l'ormai leggendario blog letterario multiautore "La poesia e lo spirito", fondato da Don Fabrizio Centofanti. 

 

Immagine: 
Bibliografia: 

Romanzi:

  •  Il quaderno delle voci rubate,  La Sesia, 2002 (fuori catalogo)
  • Dicono di Clelia, Mursia, 2006
  • Lo scommettitore, Fernandel 2006
  • La donna che parlava con i morti, Newton Compton, 2007 (fuori catalogo)
  • Il monastero della risaia, SenzaPatria, 2010
  • Bastardo posto, Perdisa Pop, 2010
  • Vicolo del precipizio, Perdisa Pop, 2011

 

Raccolte di racconti:

  • Tamarri, Historica, 2008
  • Buio assoluto, Historica, 2015

Racconti:

  • La mia forza, in Quaderno sportivo, Vercelli, S&A Libri, 2004
  • Mobbing di famiglia, in Mobbing ottoracconti, Macerata, Fare Libri, 2007
  • Giovannone, con fumetti di Giuseppe Palumbo, in Blog&Nuvole, Bologna, comma22, 2009
  • Tremo, in Assedi e paure nella casa Occidente, Ascoli Piceno, SenzaPatria, 2010
  • Inculate, in Cronache di inizio millennio, Historica, 2011
  • 1906: bandiere rosse che sembrava fiori, in Ribelli, Fano, Robin edizioni, 2011
  • Sogno per due, in L'occasione, Rende, Galaad Edizioni, 2012





 

incipit: 

Estratto del racconto Non ti scordar di me.


Vincenzo, 79 anni e Simona, una giovane donna si sono conosciuti da poco. In realtà si sono già incontrati, una vita fa. Il vecchio, quando lei era bambina, era il cameriera di sua madre, alla Locanda del Vento, a Trino.


Si sorridono. Hanno un basco verde lei e un copricapo di lana nero lui, umidi di neve, ma sembrano non accorgersene. Immobili così, sarebbero una bella fotografia in bianco e nero.
«Sopravviverò», sussurra la giovane donna, contenta del calore che stanno ricevendo le sue piccole mani.
Sa, perché glielo ha raccontato sua mamma, che quando era piccina Vincenzo stravedeva per lei («Ti viziava, ti teneva o in braccio o sul collo. E ti cantava Avevo una casetta piccinina in Canadà...»).
È da tanto... no, non è da tanto che le sue mani sono state accarezzate da un uomo, ma a lei sembrano così lontani quei giorni.
Aveva ragione mamma, sta pensando ora, quando le diceva che Vincenzo, oltre a essere bello, sembrava un nobile. Simona non sa, perché Lucilla non ha voluto che lo sapesse, che il portamento nobile di Vincenzo, dalla camminata da principe alla parlata con una erre francese costruita, era anche il suo punto debole: qualche cliente cafone, a volte, dopo aver bevuto oltre il lecito lo chiamava Maria.
Lui incassava, ma se c'era anche Lucilla scoppiava il putiferio: «Esca e non torni mai più», tuonava.
E comunque. Il marchio della sua omosessuaità lo aveva allontanato da Genova e inseguito in locanda.
Simona, adesso, si sente quasi attratta da lui, nonostante sia vecchio, nonostante le stampelle, la neve, il freddo e i pensieri tristi e sporchi, come le pozzanghere.
È indecisa. Vorrebbe parlargli di sé, farsi consolare. Vorrebbe raccontargli della donna, la vicina di casa arrivata dai paesi dell'est, che le ha portato via il marito. E quando ha ricevuto la telefonata del vecchio cameriere si è commossa e ha pensato: Piangeremo insieme, io e Vincenzo, il cameriere di cui ha un vago ricordo e che mamma ha sempre rimpianto.
Ha tanta voglia di piangere, ora, Simona. Ma forse no, forse le lacrime sono finite. Ha pianto pochi minuti fa, ha pianto tanto ogni sera, per settimane. Mesi.


 

Incipit 


Bastardo posto

 

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d'abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda. È una notte di marzo. Sta diluviando.

 

 

La donna che parlava con i morti

 

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent'anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi tu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.


La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e per altri piaceri, chissà. Il vecchio marito si accollò le spese del podere e, si disse, non volle vederla più. Lui e i suoi due fratelli, più giovani, facevano paura. Erano i più ricchi, i più fascisti, i più temuti della zona.


Quando Nunzia restò vedova, nessuno osò commentarne l'assenza al solenne corteo funebre che partì dal Palazzone.


Tutti sapevano che viveva in fondo al bosco. E qualche ragazzaccio, temerario, in tempo di guerra, scendendo la mulattiera che porta al casolare dei castagni, da lontano, per rispetto e pe paura, l'aveva spiata. Di notte, al lume di luna. Restando incantato da tanta bellezza.
Quando i tedeschi si ritirarono, e i due cognati se la diedero a gambe ché i partigiani li volevano impiccare, Nunzia riapparve. Era tempo di rastrellamenti, scontri, morti vicino al suo casolare. Tanti morti. E vermi sui morti.


L'eterno riposo dona loro o Signore, pregava Nunzia mentre, insieme ad alcuni uomini, posava dei rami di castagno a forma di croce su quesi corpi da bruciare col petrolio. Divenne Nunzia dei castagni.


Appena si sparse la voce che era stata ammazzata, tutti diedero la colpa ai cognati. Si sapeva, certo che si sapeva: di notte, ubriachi, per anni erano andati al podere per umiliarla, insieme ad altri camerati.

Bevevano, ridevano e viva il Duce. Poi facevano a testa e croce.


Era una moneta a decidere.
Una moneta, poi dimenticata nell'aia d'estate, o nel fienile d'inverno.
Chi perdeva, doveva accontentarsi di schiaffarlo in culo alle contadine carceriere, chi vinceva, vinceva lei. Nunzia.


Ma non erano stati loro ad ammazzarla.
Erano stati i tedeschi.

Erano andati da Nunzia senza sapere che nascondesse partigiani, poi testimoni del fatto. Erano andati da lei perché volevano un maiale. Li aveva lasciati fare, Nunzia, ma quando aveva visto che stavano scegliendo una scrofa che doveva figliare, gridò che potevano prendere gli altri, ma non quella.

E la mitragliarono.
Dopo la guerra, uno dei cognati tornò nel podere con la figlia; le disse: «Questo è un posto maledetto». E le raccontò di Nunzia «da non dier a nessuno». La ragazza, che di lì a poco prese i voti, se ne andò in convento col ricordo di quel nome.

 

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