Ernesto Aloia

data di nascita: 
Dom, 05/12/1965
Nato a: 
Belluno
Biografia: 

Ernesto Aloia è nato a Belluno il 5 dicembre 1965, ma ha vissuto a Moncalieri fin dall'età di un anno. Ora vive e lavora a Torino. Ha cominciato a scrivere poesie verso i vent'anni ed è poi passato alla narrativa pubblicando nel 1995 il suo primo racconto  sul Maltese Narrazioni, una delle più importanti "palestre" per i giovani autori di quegli anni. Nel 1999 è entrato a far parte della redazione della rivista. Nel 2003 ha pubblicato per la casa editrice minimum fax la raccolta di racconti Chi si ricorda di Peter Szoke?, una sorta di comédie humaine in formato tascabile i cui personaggi si muovono in un paesaggio urbano contemporaneo desolato e inquieto, segnati dalle nostre ossessioni quotidiane e alla disperata ricerca di una qualsiasi forma di equilibrio e stabilità. Nel marzo del 2004 il suo racconto,"La situazione"è stato incluso nella raccolta La qualità dell'aria, pubblicata da minimum fax. "La situazione" è presente anche nella raccolta Sacra fame dell'oro, uscito nel 2006 sempre da minimum fax e inserito dall'Annuario del Mucchio Selvaggio tra i dieci libri italiani più importanti dell'anno. 

Nel 2007 Rizzoli ha pubblicato il suo primo romanzo,  I compagni del fuoco, ed è tornato in libreria all'inizio del 2011 con il romanzo Paesaggio con Incendio, uscito per i tipi della casa editrice minimum fax .

Altri suoi scritti sono in Piersandro Pallavicini, Riviste anni '90: l'altro spazio della nuova narrativa, (Fernandel, 1999) e in Aa. Vv., Castel del Rio 1944: tra la Linea Gotica e Monte Battaglia, (La mandragora,  2003).

Ernesto Aloia ha tenuto corsi e workshop di tecniche della narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Ha collaborato o collabora con Campus, D La Repubblica delle donne, Libero, Linus, Rivista Storica, RID- Rivista Italiana Difesa, Reset, e con il blog culturale Minima & Moralia.

 

Immagine: 
Bibliografia: 
  •  Chi si ricorda di Peter Szoke? minimum fax, 2003
  • "La situazione", in AaVv,  La qualità dell'aria, minimum fax, 2004 
  • Sacra Fame dell'Oro, minimum fax, 2006
  • I compagni del fuoco, Rizzoli, 2007
  • Paesaggio con incendio, minimum fax, 2011


 

incipit: 

 

Paesaggio con incendio, minimum fax, 2011

 

C'erano stati anni in cui vi capitavo all'improvviso, da solo,

talvolta per una serata che scivolava via tra cena e saluti agli

amici. Ripartivo la notte stessa, o il mattino prima che schia-

risse. Da quelle fughe riportavo un senso di libertà adultera-

ta, l'ebbrezza dell'accelerazione nel lasciarmi alle spalle fac-

ce troppo familiari e vite stagnanti. Poi qualcosa era cambia-

to. Mi era nato il desiderio di riafferrarle, quelle facce e quel-

le vite, e a poco a poco la mia consuetudine nel paese di Ca-

stagneto era tornata a consolidarsi: da quando era nata Giu-

lia, io e Carla non vi passavamo mai meno di tre settimane,

in estate. Avevo ripreso a considerarmi uno del posto.

Stavamo nella vecchia casa dei miei nonni, e per quanto

fossi legato a quell'abitazione in cui avevo trascorso le estati

dell'infanzia e della prima giovinezza, ora non potevo che es-

sere d'accordo con Carla nel considerarla piccola e scomo-

da. Un tinello minuscolo, due camere da letto e il bagno, nep-

pure un divano. Da così tanto ragionavamo di una ristruttu-

razione di quelle stanze, che il proposito stesso era diventato

una specie di barzelletta familiare. Partivamo con la station-

wagon gravata di bagagli: noi due pieni di buona volontà

che regolarmente appassiva appena varcata la soglia, un po'

perché era difficile in tempo di ferie reperire gli indispensa-

bili artigiani, un po' perché il nostro sentirci in vacanza mi-

nava ogni determinazione nell'attuare progetti. In fondo, ci

pareva giusto così.

Io soprattutto, appena messo piede sul pavimento a larghe

mattonelle di cotto che settant'anni di calpestio avevano qua

e là consumato rendendole opache e un po' concave, diven-

tavo confusionario e inconcludente. Ma ancora prima, in

macchina, il solo apparire del cartello Benvenuti a Casta-

gnetobastava a infondermi un'agitazione festosa, infantile,

che subito mi attirava le ironie di Carla.

«Vittorio, li hai portati i quaderni?», chiedeva accenden-

dosi di teatrale apprensione.

«Che quaderni?»

«Quelli dei compiti delle vacanze».

I quaderni li avevo portati. Avevo una serie di taccuini

Moleskine, un set di penne giapponesi di tecnologia superio-

re, matite, una mezza dozzina di cartelline di appunti. E na-

turalmente il mio computer portatile. Era il primo oggetto a

venire caricato in macchina e il primo a essere trasportato in

casa, al sicuro, a Castagneto. Sopra le stanze in cui avevano

abitato i miei nonni materni c'era una piccola mansarda che

mi era sempre sembrata ideale per ritirarmi a scrivere in san-

ta pace. Anche quell'anno presi la chiave dalla mensola so-

pra il camino, afferrai la cartella del computer e feci le scale

di corsa. Al ritorno, Carla mi scrutava con aria di aperto

scetticismo. Erano anni che il rituale si compiva - e mai, du-

rante quelle settimane, avevo scritto una sola riga. Di solito

il portatile restava spento. O, se pure lo accendevo, era per

dare un'occhiata di malavoglia ai vecchi appunti. Ma quel-

l'espressione sul viso di mia moglie proprio non mi andava

giù. La sparai grossa:

«Ho iniziato il mio nuovo libro. Basta storia della secon-

da guerra mondiale. Basta note a piè di pagina, tabelle, indi-

cazione delle fonti. Mi do all'autobiografia. Si intitolerà Au-

toritratto in mutande,come quello del Pontormo».

Carla era una grafica pubblicitaria e nei confronti della

pittura coltivava un amore colpevole, gonfio di rimpianto,

come verso un amante appassionato tradito per il quieto vi-

vere. Quando era stanca o nervosa, i tratti del suo volto si fa-

cevano infantili, corrucciati, una bambina dallo sguardo

sfuggente, a tratti furioso contro di me, più spesso non si sa-

peva bene contro chi o che cosa - contro la vita in città, il

gran correre che a poco a poco rendeva incerti i pensieri, sla-

vate le identità nostre e dei nostri amici. Nel suo sguardo ba-

lenava talvolta una punta di ferocia vendicativa che mi ter-

rorizzava e mi faceva sentire colpevole - ma di cosa? Di tut-

to e di niente: della sua vita, per esempio, che dopo la nasci-

ta di Giulia aveva accelerato di colpo lasciandola, così mi pa-

reva, sbigottita e sola nelle ansie della maternità che non po-

teva condividere con nessuna delle sue amiche, tutte single

dall'aspetto di venticinquenni sfiorite. Pensavo che se avesse

avuto il marito giusto avrebbe potuto lasciare il lavoro e fa-

re la vita delle madri che ogni mattina calavano in città dalla

collina e, deposti i figli all'asilo nido, gustavano un caffè e un

croissant da Platti e poi via, tutto un gioco dell'oca tra bou-

tique, estetisti, palestre, piscine, parrucchieri e manicure -

insomma, come da invidioso cronico mi figuravo la vita di

queste quarantenni d'Arcadia.

 

 

 

 

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