Caro amore ti scrivo

"Caro amore ti scrivo": lettere e letteratura


Gianna Sarra, La sindrome di Eloisa.

Da Ovidio a Henry Miller, da Emiliy Dickinson a Simone de Beauvoir: le lettere d'amore di scrittrici e scrittori

prefazione di Renato Minore

Nutrimenti, 2003 pp. 160, euro 14


Lettere d'amore, struggenti e sofferte, scritte dai più importanti protagonisti della storia della letteratura.

di Francesca di Mattia per Rai Libro

 

"Una lettera come si deve, secondo la mia teoria, dovrebbe essere una pellicola di cera su cui si ricalcano le sporgenze e le incavature della mente", scriveva Virginia Woolf nel 1907. E ancora Lewis Carroll, con la frase "L'uomo è un animale che scrive lettere", scolpiva quella vera e propria ossessione epistolare che da sempre affligge e delizia il genere umano. Un'ossessione di cui le lettere d'amore sono il cuore e il motore. Basti pensare a Sibilla Aleramo, che ne scriveva alcune lunghe fino a centocinquanta pagine, all'epistolario di Voltaire che ne conta più di ventimila, a quello di Proust che è raccolto addirittura in diciannove volumi.

 

Da questa riflessione è nato il libro La sindrome di Eloisa. Da Ovidio a Henry Miller, da Emiliy Dickinson a Simone de Beauvoir: le lettere d'amore di scrittrici e scrittori: un'operazione culturale decisamente interessante, realizzatasi grazie alla tenacia di Gianna Sarra, ex insegnante, autrice di saggi e poesie, che per sei lunghi anni si è cimentata nella faticosa ma appassionante impresa di raccogliere una sterminata mole di documenti, citazioni e brani delle più suggestive lettere d'amore della storia letteraria universale, e di farne una classificazione ragionata.

 

Il libro è un vero e proprio "corteo vivente" di scrittori e scrittrici, colti in un momento intimo e rivelatore di grandi passioni quanto di meschine bassezze: la scrittura epistolare, genere letterario che lentamente l'editoria sta rivalutando con una certa attenzione - come afferma Renato Minore nella prefazione - qui assurge a modello narrativo del discorso sentimentale. O, se vogliamo fare un gioco di parole, rappresenta una "letteratura nella letteratura", tanto l'animo dello scrittore rispecchia, in alcuni casi, quello dell'uomo innamorato.

 

Né un saggio né un'antologia, piuttosto un racconto fittamente popolato, a cominciare dagli amanti per eccellenza della letteratura epistolare, Abelardo ed Eloisa e che, passando per Freud e Byron, giunge a Pasternak, Anaïs Nin, Virginia Woolf, Sartre, Kafka, Marina Čvetaeva, Moravia, Saba, Pasolini.

Un contrappunto continuo di frasi d'amore/disamore e commenti dell'autrice, che destreggia con abilità l'ampiezza del materiale e intreccia le vicende sentimentali le une alle altre, fornendoci elementi inediti di introspezione.

 

Alla fine sembra di conoscere un po' meglio i "mostri sacri" che hanno abitato le nostre letture, e si prova un sottile piacere voyeuristico ad entrare nell'intimità dell'autore che ferma sulla carta il suo cuore, come accade leggendo questa frase di Katherine Mansfield su una lettera appena ricevuta: "L'ho letta dal principio alla fine... l'ho mangiata, respirata, e alla fine mi sono scaraventata giù dal letto, ho aperto le persiane e ho visto che il giorno era azzurro e che brillava il sole".

La lettera, dunque, come oggetto fisico che scatena le più disparate reazioni emotivo-affettive, e come simbolo di un modus vivendi e amandi che spinge, inesorabilmente, ad una risposta, prima di tutto a sé stessi.

 

La Sarra parte dalle origini della lettera come strumento di comunicazione, che vede i suoi precursori nei fiolosofi greci Platone ed Epicuro - e più tardi in Cicerone, Orazio, Ovidio e San Paolo - per arrivare alla suddivisione tematica del materiale raccolto, che chiarisce alcuni aspetti della complessa sfera amorosa di scrittori e scrittrici, ed evidenzia le trasformazioni attuali causate dall'avvento di chat, e-mail ed SMS, strumenti di mimesi e di nuovi linguaggi, vocabolari e standard comunicativi.

 

Intriganti i capitoli dedicati a "sindromi e complessi", come la sindrome di Eloisa, per l'appunto, che vede la donna "martire dell'eros", completamente desessualizzata agli occhi del pentito Abelardo, a cui pure la monaca continua a pensare e scrivere con masochistico fervore ("Ho voluto dimostrarti che tu eri l'unico padrone, non solo del mio corpo ma anche della mia anima"), e che colpisce talvolta anche il sesso maschile, come quando Jean-Jacques Rousseau scrive: "Volli costringermi a non rispondere a quelle lettere funeste che non potevo proibirmi di leggere. Questa atroce battaglia mi alterò la salute".

Occorrerà molto tempo per arrivare ad altre filosofe, scrittrici, amanti - Lou Salomé, Anaïs Nin, Sibilla Aleramo - in grado di legittimare nella vita e nell'opera la tensione erotica delle donne.

 

Le scrittrici appaiono poi - come nel caso di Emily Dickinson, attaccata alla sua "condizione scalza" - delle vere e proprie "monache laiche" che hanno liberamente scelto la reclusione, trasformando la passione in ascesi.

George Sand scrive a de Musset: "Temo ancora che la gravità della mia casa possa spaventarvi... Però se in un giorno di disgusto e di stanchezza della vita attiva foste tentato ad entrare nella cella di una reclusa, vi sarete ricevuto con riconoscenza e cordialità".

 

E nel capitolo dedicato al complesso di Arianna, l'innamorata "guida l'eroe attraverso il labirinto dell'inconscio fino alla luce dell'opera compiuta", come una madre premurosa fino all'estremo: accade a Marina Čvetaeva, che scrive a Pasternak nel '23: "Ai poeti ho fatto da balia, assecondando le loro bassezze - oh, non sono stata affatto poeta! Né Musa!... Con il poeta dimenticavo sempre di essere poeta... Per questo non ho e non avrò mai un nome". Un ruolo materno che spinge il creatore a realizzare la sua opera, figura ben diversa da quella della "donna ispiratrice".

 

L'excursus amoroso continua con i "fidanzamenti e i matrimoni epistolari" - come quello di Fernando Pessoa, che scrive d'amore gustandone l'assenza fisica, in una distanza cercata e perseguita con artifici ad hoc -, quelli di Kafka con le sue quattro donne più importanti, che rifiuta spesso di incontrare in nome della creazione letteraria, e quello di Joyce con Nora Barnacle, in cui lo scrittore irlandese risponde con parole struggenti alle lettere di sua moglie, capolavori di tenerezza e sgrammaticature: "Voglio essere signore del tuo corpo e del tuo spirito... Non sei, come dici, una povera ragazza ignorante... Sei stata per la mia prima virilità ciò che il concetto della Beata Vergine era stato per la mia fanciullezza".

 

Decisamente più gustosa e meno amara la sezione dedicata ai ménages à trois, in cui Sartre mostra alla de Beauvoir tutte le lettere scritte alle presunte amanti, scendendo nei dettagli e cercando l'approvazione della compagna di sempre. Che nel frattempo ha una storia d'amore con lo scrittore americano Nelson Algren, scapolo impenitente ma innamorato di Simone: lei rifiuta la sua proposta di matrimonio, e nel celebre romanzo I mandarini spiattella tutti i segreti della sua relazione d'oltreoceano, utilizzando come materiale le stesse lettere di Algren, che in seguito scriverà: "Ho frequentato i bordelli di tutto il mondo, e lì le donne chiudono la porta... Lei, invece, ha spalancato la camera da letto e ha invitato il pubblico e la stampa ad entrare".

 

La lettera, insomma, diviene sede di apertura e chiusura, narcisismo e dedizione, passione violenta e tiepido avvertimento, recriminazione e oblazione di sé. L'analisi di Gianna Sarra è da lodare per il suo rigore, e spiana il cammino a nuovi campi di ricerca, sia letteraria che psicologica. Ma né la letteratura né la psicologia tolgono a queste lettere d'amore la spontaneità di un atto che nasce dal sentimento, come scrive Pessoa: "Non sarebbero lettere d'amore se non fossero ridicole. Le lettere d'amore, se c'è l'amore, devono essere ridicole". Ricordiamocelo.

 

 

 


 

 

 

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