Sloterdijk e la condizione contemporanea

Peter Sloterdijk, è l'insicurezza che distingue la civiltà

Intervista col filosofo tedesco, tra i più acclamati e controversi d'oggi: la storia umana, il narcisismo, i quaderni neri di Heidegger

 

FRANCESCA SFORZA

 

 

In principio furono le bolle. A cui poi seguirono i globi, e infine arrivarono le schiume. Sul solco della grande tradizione filosofica occidentale - dalla «ben rotonda verità» di Parmenide fino al più compiuto Essere dei successori - Peter Sloterdijk racconta nella trilogia Sfere la sua visione della storia umana e della condizione contemporanea. Il filosofo tedesco è stato sempre guardato con sospetto dall'accademia, e le molte polemiche che hanno scandito la sua carriera - una per tutte quella con Habermas, che lo accusò di diffondere tesi para-eugenetiche, incompatibili a dire il vero con una formazione avvenuta sui testi di Adorno e Marcuse - fanno di lui un uomo trasversale, che non teme l'eclettismo, che può partecipare a un talk show o a un think tank con uguale disinvoltura. «La filosofia e i pensatori più vitali del Novecento, da Nietzsche a Marx, sono cresciuti tutti al di fuori delle Università», ci dice. Bolle e Globi sono già usciti, Schiume arriverà in libreria a fine anno, sempre con l'editore Raffaello Cortina. Oggi Sloterdijk è al Salone del libro di Torino, a parlare di loro.  

 

Herr Sloterdijk, nel primo volume di Sfere lei ha affrontato il tema dell'origine dell'uomo: l'utero materno come ricerca di sicurezza. Cosa ne è di quella sicurezza in un mondo dove il concetto di madre e i confini della biologia si sono così trasformati?  

«Non credo che l'utopia biologista sia una modo per conservare il senso di sicurezza che ci viene dall'immagine filosofica dell'utero materno come luogo che custodisce e protegge. La sfida, per l'uomo contemporaneo, è proprio passare da un'idea di grande sicurezza a una di minore sicurezza: il cammino verso l'insicurezza è ciò che distingue una società primitiva da un più alto stadio della civilizzazione».  

 

Il narcisismo è la condizione predominante dei nostri tempi. Quali spazi ci sono secondo lei per la costruzione di una comunità, o anche più semplicemente per la dimensione a due?  

«L'epoca in cui l'individualismo veniva criticato in nome dei valori della collettività e del collettivismo è tramontata, oggi ci troviamo effettivamente in un tempo in cui il narcisismo ha risucchiato le caratteristiche della comunità, e persino della vita a due. La dimensione dominante è quella dell'autoerotismo, la coppia si fa con se stessi. Ma il non-ricorso all'altro in definitiva è un'illusione». 

 

Nel secondo volume della trilogia - Globi - lei esplora le teorie filosofiche che hanno scandito la storia umana: quale teoria, quale filosofo le sembra più adatto a interpretare l'epoca attuale?  

«La nostra epoca è essenzialmente lontana dai pensatori che hanno attraversato le due guerre mondiali, i contesti storici non sono paragonabili. Ma da un punto di vista della teoresi, forse i lettori più onesti sono stati gli storici della filosofia, che hanno contribuito all'emersione dalla barbarie, che hanno consentito il superamento di epoche tribali innestando i valori della solidarietà, e hanno trasmesso un metodo. Oggi il compito è cercare di capire come possa crearsi una coesistenza tra gli individui, in un momento di individualismo imperante». 

 

La globalizzazione ci consente una capacità di comunicazione teoricamente illimitata. Nei social network si fa esperienza dell'esposizione totale di sé. Che spazio c'è oggi per il pudore, per i segreti, per il «nascondimento»?  

«Più che di nascondimento parlerei della necessità di discrezione. Credo che si conquisti solo attraverso l'empatia. Sì, la risposta è nell'empatia».  

 

Quanto si è avvicinata la fenomenologia all'interpretazione del presente?  

«La fenomenologia ha sempre teso alla descrizione del fenomeno, oggi invece assistiamo al trionfo dell'apparenza. Direi che ci troviamo in un'epoca radicalmente anti-fenomenologica». 

 

Heidegger è stato uno dei suoi riferimenti, e uno dei riferimenti della filosofia del Novecento. Oggi si riparla dei suoi Quaderni Neri e della sua adesione all'antisemitismo nazionalsocialista. Lei che ne pensa?  

«Confesso di non provare alcuna passione per questa polemica. Non è questo l'Heidegger che mi interessa».  

 

Peter Sloterdijk, nato nel 1947 a Karlsruhe, in Germania, è professore di filosofia e estetica alla Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, di cui è rettore dal 2001.Il suo primo saggio filosofico, Critica della ragion cinica (1983, tradottoin 32 lingue) ha stabilito il record di vendite per un libro di filosofia scritto in tedesco. La sua opera maggiore è la trilogia Sfere, uscita tra il 1998 e il 2004 e tradotta lo scorso autunno per l'editore Raffaello Cortina. Il filosofo tedesco è protagonista dell'incontro su «Le sfere della totalità: simboli, geometrie, immagini», oggi alle 17 in Sala Azzurra.  

La sua opera maggiore è la trilogia Sfere, uscita tra il 1998 e il 2004 e tradotta lo scorso autunno per l'editore Raffaello Cortina.

 

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