Luca Rinarelli

Nato a: 
Torino
Biografia: 

 

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino. In realtà ha iniziato a viverci solo nel 1995, da quando aveva vent'anni, dopo aver trascorso la sua infanzia tra le colline del Roero. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università di Torino e lavora come impiegato in una ditta di rappresentanze industriali. È appassionato di Storia del Novecento e di politica internazionale, di cinema e, soprattutto, di fotografia. Lo sguardo di Luca Rinarelli  è quello di chi giunge dalla provincia in una grande città e inizia a osservare con occhi famelici; e dopo aver osservato, inizia a descrivere. Ciò che Rinarelli fa prevalentemente attraverso la fotografia e la scrittura.

Nel 2003 ha firmato il reportage fotografico La sconfitta dell'Uomo Meccanico. Scatti dall'ex capitale industriale, ritratto emblematico della solitudine e del decadimento della periferia torinese, a cui è seguito l'anno successivo Romaneide. Viaggio verso il Mar Nero, entrambi esposti numerose volte a Torino e in Italia.

Nel 2009 ha esordito nel mondo della narrativa con il romanzo In perfetto orario (Robin Edizioni), noir nato dai lavori fotografici realizzati negli anni precedenti, dallo stile scattante e fotografico, ambientato in una Torino rinnovata e sconvolta dai preparativi olimpici in cui vive e lavora il killer freelance Werner Hartenstein. Il romanzo, classificatosi terzo al Premio Letterario Osservatorio 2009, sezione romanzo edito, e secondo al Premio Letterario Giovane Holden 2010, sezione romanzo edito, ha ricevuto nel 2010 la menzione speciale al Premio Perelà, realizzato con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Autore del racconto Un dia de majo in Staffolo, tradotto in immagini dal pittore Giacomo Sampieri nel corso del 2010, sempre nello stesso anno ha partecipato all'antologia Nero Piemonte e Valle d'Aosta. Geografie del mistero (Perrone Lab) con il racconto Karim.

Nel 2010 ha inaugurato, per l'AgenziaX di Milano, la collana Inchiostro rosso - Noir di Rivolta, pubblicando La gabbia dei matti,  illustrato da Maurizio Rosenzweig, un romanzo breve incentrato sull'odierna crisi economica-sociale, sulla violenza sociale, sulla precarietà e sulla malattia mentale.

Nel 2014 esce il suo terzo romanzo, Inverno rosso, edito da Eris, illustrato da Marco Martz, con prefazione di Enrico Pandiani, ripresentato a marzo 2016 nell'ambito delle iniziative proposte per la nascita dalla nuova piccola libreria indipendente di Torino AUT. Dove i libri sono indipendenti.

Il libro racconta una Torino sepolta dalla neve, dove i senza fissa dimora stanno misteriosamente morendo. Sembrano banali decessi per assideramento, ma sono troppi in troppo poco tempo per una città di un milione di abitanti. Werner capisce subito che c'è qualcosa di strano. Immigrato dalla Germania Est e con un oscuro passato, lui per le strade di Torino ci ha vissuto, lui quei barboni li conosceva ed erano suoi amici. Per le vie di una metropoli senza colore, tra periferie fatiscenti e quartieri post industriali, si aggira un killer. Werner si mette sulle sue tracce in cerca di vendetta. La città in piena crisi economica e sociale fa da sfondo a una ricerca disperata di giustizia che porterà Werner al centro di una ragnatela fittissima di intrighi, tra lobbies di potere e interessi occulti.

È uno degli autori di Dalla parte degli ultimi, biografia di Lia Varesio, a cura di Diego Novelli, uscita per le Edizioni Gruppo Abele. Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato e edito dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino - Calibro 9 (Novecento Editore) e Memonoir 2016 (Golem Edizioni, con prefazione di Margherita Oggero), raccolta di dodici racconti a sfondo thriller realizzata in collaborazione con il collettivo Torinoir, di cui è fra i fondatori.

 

 

Immagine: 
Bibliografia: 

 

Romanzi

  • In perfetto orario, Robin Edizioni, 2009
  • La gabbia dei matti, AgenziaX Edizioni, 2011
  • Inverno Rosso, Eris, 2014

 

Racconti

  • Un dia de majo in Staffolo, 2010 
  • Karim, in Nero Piemonte e Valle d'Aosta. Geografie del mistero, con AA.VV., Perrone Lab, 2010
  • H, Concorso Corpi Freddi, 2012
  • Un giorno a Torino, Novecento Editore (collana Calibro 9), 2013
  • Acqua, in MemoNoir2016, Torinoir, Golem Edizioni, 2016

 

Fotografia

  • La sconfitta dell'Uomo Meccanico. Scatti dall'ex capitale industriale, 2003
  • Romaneide. Viaggio verso il Mar Nero, 2004

 

Biografie

  • Dalla parte degli ultimi, a cura di Diego Novelli, Edizioni Gruppo Abele

 

incipit: 

 

In Perfetto orario

 


Novembre 2005

Werner Hartenstein si svegliò, colpito alla tempia dal poggiatesta

foderato di stoffa verde. Aveva percepito un lieve

scossone laterale, il passaggio del vagone sopra uno degli

scambi all'ingresso della stazione. Con la vista annebbiata

percepì solo una serie di barlumi algidi e azzurrini.

Si stropicciò le palpebre, aumentando via via la pressione,

fino a provocarsi dolore ai bulbi oculari. Le immagini

cominciarono lentamente a schiarirsi e si accorse che la vettura

era completamente vuota, a parte la ragazza bionda seduta

in fondo.

Osservò l'orologio metallico al suo polso destro. Le due

e ventotto. Era in perfetto orario.

Lo scarrellìo delle rotaie si affievolì. Werner guardò fuori

dal finestrino. Si alzò in piedi, si creò maggiore spazio a

terra facendo indietreggiare lo zaino verde militare sotto il

suo sedile.

Abbassò il vetro e subito entrò una folata di aria fredda

e umida. Oltre al rumore dell'aria che fluiva non si sentiva

nulla. Il binario lungo il quale camminava il treno diventò

una banchina di mattoni rossastri con una linea gialla. Il

treno rallentò bruscamente e si fermò. La ragazza bionda

non c'era più.

Werner raccolse lo zaino e scese dal treno.

Sulla banchina scorse la ragazza venti metri avanti a lui

che già imboccava l'uscita su via Sacchi. Werner si incamminò

dietro di lei.

Passando sotto il cartello elettronico degli arrivi lesse

"Milano C.le 02:18". Il suo treno.

Arrivato alla porta a vetri su via Sacchi un usciere grasso

e vecchio, con i pantaloni sdruciti e la giacca a vento

verde e blu delle FS mitragliata di macchie d'unto, gli aprì

la porta a vetri per poi richiuderla velocemente dietro le sue

spalle. Werner si voltò indietro e l'usciere lo squadrò come

un giudice con un imputato poco convincente.

Alla sua sinistra i lampioni gialli, circondati da una

nebbia che li faceva sembrare dei dischi volanti, contornavano

la facciata del Turin Palace Hotel. Sulla destra invece

c'era un fagotto grigio sporco, un sacco a pelo con all'interno

un uomo. Quattro nordafricani, snelli sotto i cappotti,

stavano litigando per una Moretti e due sigarette

dieci metri più in là.

Werner si incamminò sotto il portico della stazione, sorpassò

tre taxi fermi con i conducenti mezzi addormentati.

Arrivato su corso Vittorio si trovò davanti l'enorme cantiere

del metrò che sventrava e chiudeva la piazza antistante la

stazione. Mancava da Torino da dieci giorni, e quell'altissima

trivella gli trasmise una sensazione di insicurezza. Quasi di

paura.

Lesse sui recinti di metallo blu che delimitavano l'area dei

lavori la scritta "Torino non sta mai ferma" e gli venne da ridere.

Afebbraio ci sarebbero state le Olimpiadi invernali. La

città era un enorme cantiere a cielo aperto e, per quel poco

che aveva visto lui, l'andamento dei lavori gli era parso

molto simile alla preparazione di uno studente svogliato che

tenta di recuperare tutto alla fine dell'anno scolastico.

Girò a destra verso via Nizza. Un altro fagotto umano

sotto il portico della stazione. Infreddolito, sconfitto.

Sarà un dicembre freddo.

Per lui e per l'uomo nel sacco a pelo l'importante era sopravvivere

a quella notte.

Si fermò.

Cercò nella tasca del parka blu di Prussia le sigarette e

l'accendino. Alla prima boccata si rilassò del tutto. Ricominciò

a camminare.

Attraversò via Nizza mentre veniva illuminato a intermittenza

dai semafori lampeggianti. Non vide una sola auto

in movimento. Girò in via Galliari, piena di bottiglie di birra

abbandonate in compagnia di qualche merda di cane. I palazzi

ottocenteschi con i loro abbaini simili a bocche spalancate

sopra i tetti gridavano alla luna quasi piena, in un

cielo senza stelle.

Sereno ma umido.

Di fronte al civico nove di via Saluzzo, Werner si assicurò

lo zaino sulle spalle, come per convincersi che c'era

veramente.

Il palazzo dall'altro lato della strada, un isolato più avanti,

era tutto scrostato, con le persiane senza colore e un po'

marce. Dietro nessuna luce. Si accese solo quella dell'abbaino

centrale, rossa, tinta dal filtro di una tenda.

Werner si voltò verso la porta col numero nove e l'aprì.

Aveva rubato la chiave del portone alla vecchia del piano rialzato

due settimane prima.

Dopo aver lasciato chiudere il portone alle sue spalle, si

massaggiò per un attimo la barba rossiccia e incolta.

Riprese a muoversi salendo la scala A, quella di destra.

Gradini di pietra, che dal secondo piano in poi diventavano

più alti e faticosi da scalare. Si fermò al quarto piano, leggermente

sudato in fronte, appoggiandosi con la mano sinistra

alla ringhiera di ferro battuto e allargando con l'altra il

girocollo blu scuro del maglione di lana che lo stava soffocando.

Arrivò al piano sottotetto.

Aveva davanti agli occhi cinque porte di legno, una di

metallo e un'apertura sbarrata da due assi di legno grezzo

inchiodate a x. Riuscì a forzare le assi e a entrare nel locale.

All'apparenza un monolocale da ristrutturare.

Si diresse nel buio verso l'unica fonte di luce. Il finestrotto

che dava sulla strada di fronte. Appoggiò lo zaino in

terra e sganciò il sacco a pelo. Tirò fuori una tela verde impermeabile

che stese per terra. Ci srotolò sopra il sacco e,

ponendo lo zaino aperto vicino a sé, entrò nel sacco senza

togliersi le scarpe, ma anche senza chiudere la cerniera.

Rimase così per circa una mezz'ora.

Dal finestrotto Werner percepiva chiaramente la luce rossa

dell'abbaino del palazzo di fronte.

Un movimento dietro la tenda.

Rapidamente mosse le mani per estrarre dal bagaglio un

pezzo di legno liscio, che incastrò a un pezzo di metallo altrettanto

liscio, ma decisamente più freddo. Alla fine di questa

sequenza di movimenti, meccanica ormai da anni, guardò

nella lente del mirino telescopico e vide con chiarezza comparire

nell'abbaino una sagoma con testa e spalle di un

rosso molto più scuro della tenda che stava davanti.

Premette il grilletto.

Senza alcun rumore.

In perfetto orario.

 


La Gabbia dei Matti


7 luglio 2010

Mi gira la testa. Ho bevuto troppo e mi gira la testa.

Ho paura.

«Lasciatemi andare! Liberatemi le mani!»

«Stai calmo, va bene?»

«Io non ho fatto niente! Dove mi avete por-

tato?»

«Buono, buono! Boschiazzi... segna sul verbale

che siamo rientrati con il fermato alle tre del matti-

no. Ehi, voi altri. Non è in sé, fate attenzione.»

Ma cosa vogliono da me?

«Datti una calmata. Non abbiamo molta pazien-

za. Siamo stanchi delle tue urla. È tutto il giorno

che stiamo lavorando.»

«Ciao, Pini. È il ragazzo che abbiamo preso in

collina, dietro la Gran Madre. È ubriaco e un po' su

di giri.»

«Lasciatelo a me. Vedete che lo calmo subito.»

«Pini, per favore.»

«Voi due non dovete finire il turno?»

«Dai, Boschiazzi. Torniamo in macchina.

«No, aspettate un momento.»

«Vanno a fare il loro lavoro, hai capito? Vanno a

fare in modo che altri stronzi come te non facciano

danni in giro. Su, vieni di qua.»

«Pini, vacci piano. Per favore.»

«E levati dalle palle.»

Oddio. Mi lasciano con questo qua.

«Dove andiamo? Dove mi porta?»

«Buono, ho detto. In un'altra stanza, qui dietro.

Tutti si calmano, lì dentro.»

No, no.

«Che hai da guardare, tu, ragazzino?»

Vide il giovane poliziotto arrossire.

Cazzo, almeno tu. Aiutami.

Un rumore forte di metallo che sbatte.

Il poliziotto alto e robusto gli lasciò il braccio.

Sentì una fitta terribile al fianco destro.

«Allora, piccola merda. Sei più tranquillo,

adesso?»

No, ti prego.

Un'altra fitta. Potente.

Si ritrovò appoggiato con la schiena al muro.

Quando riuscì ad aprire gli occhi, vide solamente

un oggetto oblungo nero che gli scendeva veloce-

mente sulla testa. Due, tre volte. Altre sei volte, sul-

la schiena, sulle natiche, sulle cosce.

Si accasciò a terra.

Ti prego, ti supplico.

 

Stilettate acide ovunque.

Provò una terribile sensazione alla pancia. Co-

me se gli fosse esplosa una bomba dentro.

Basta. Basta. Non ce la faccio più.

Vide la faccia di sua madre. Per la prima volta

dopo anni.

Marco. Dove sei?

Buio

 

GIORNO 1

 

I

Di fronte alla porta metallica della cooperativa so-

ciale, Marco inspirò a fondo. Erano le due, aveva

tutto il pomeriggio da passare in ufficio.

Lui e Daniela, la giovane collega piena d'entu-

siasmo e appena entrata in squadra, avrebbero do-

vuto sostenere un buon numero di colloqui. Gente

che non veniva presa in carico dagli assistenti socia-

li anche se ne aveva diritto, liste di attesa intermina-

bili per una casa popolare, alcolisti restii a prosegui-

re la terapia di gruppo.

Rimase come inebetito dal sole feroce, la schie-

na appoggiata alla porta rovente.

Quel giorno era iniziato con stanchezza.

Era andato a fare la spesa per la dispensa del-

l'appartamento in cui seguiva per la cooperativa l'e-

sperimento di una convivenza guidata. Quattro

persone con problemi psichiatrici.

Respirò profondamente una seconda volta. In-

serì le chiavi nella toppa e aprì.

«Ciao, Marco. Tutto bene? Ha già telefonato il

signor Camera dicendo che ha bisogno che gli

portiamo la spesa. Sai che non può fare le scale da

solo.»

Daniela gli stava di fronte, bella e sorridente co-

me sempre, come il suo accento salentino.

«Fa un caldo terribile. Prendo un bicchiere

d'acqua, mi siedo un attimo e poi iniziamo.»

Lei lo squadrò stranita, poi tornò a sorridergli.

Bravissima ragazza. Ma deve ancora farsi le ossa e

avere le sue delusioni.

Si ravviò i capelli biondi e si asciugò il sudore

dalla fronte.

Un bel caffè amaro e mi ripiglio. Oggi non ho vo-

glia di fare nulla.

«Dai, Daniela. Vediamo l'elenco. A parte Came-

ra e la sua spesa, che abbiamo?»

«Bene, abbiamo cinque appuntamenti per col-

loqui personali. Alberto lo Scuro ha smesso di veni-

re al gruppo alcolisti e, manco a dirlo, ha ripreso a

bere. Sono riuscita a convincerlo a passare alle 15.

Non sarà facile riportarlo al gruppo.»

«Okay. Poi?»

Daniela continuò a sciorinare le attività da svol-

gere. Nel frattempo sopraggiunsero un volontario e

un ragazzo del servizio civile. La squadra per quel

pomeriggio era al completo.

Iniziarono ad arrivare i primi utenti.

Oltre agli appuntamenti prefissati, gran parte

dell'umanità che gravitava attorno al centro era alla

ricerca di cibo o bevande, oltre alle persone anziane

che si sentivano sole.

La consueta sfilata di occhi, rughe, speranze e

delusioni, rabbia e cinismo.

Alle sei avevano finito.

Marco era sfiancato dal caldo opprimente e da

tutte quelle vite a cui non riusciva a non affezio-

narsi.

Anche Daniela era stanca. Marco ricambiò il

suo sorriso e in quella penombra gli parve ancora

più bella.

Stava per proporle di prendere un aperitivo in-

sieme, per distrarsi, per staccare da quel posto,

quando squillò il telefono.

«Pronto?»

«Ciao, Marco.»

Era Luigi, il coordinatore.

Non lo sopporto.

«Ciao, dimmi.»

«Brutte notizie. La Regione ha chiuso i rubinetti.»

«Come, scusa?»

«Fine dei soldi, Marco. Della cooperativa e del

nostro lavoro. Non so che dirti. Mi dispiace.»

«Cazzo.»

 

II

La città giaceva nell'oscurità. Le luci dei lampioni

in quel momento sembravano non illuminare nulla.

Le due di notte di un lunedì qualunque.

Le loro quattro schiene, sedute sull'erba del mi-

nuscolo giardino, erano ombre cinesi.

Jack, a cui stava tremando il mento, si rivolse a

Marco con voce acuta.

«Ma come faccio? Stavo andando bene. Sto

quasi smettendo di bere. Mi sono rimesso a cercare

un lavoro. La vita in casa con gli altri fila via tran-

quilla. E tu cosa mi vieni a dire? Che chiude la coo-

perativa. Cristo, non so se ti rendi conto. Non puoi

venirci a dire che è tutto finito. Non puoi.»

«Non so davvero cos'altro dirti, Jack. Mi di-

spiace.»

Pietro tracannò la bibita che aveva in mano e si

alzò in piedi. I ricci rossi sventolavano sulla testa al-

lungata.

«Marco, che cazzo dici? Dove andiamo noi

adesso, senza te e Daniela? Chi ci prenderà in cari-

co? Due depressi, un bipolare e un ritardato. Come

può fallire la cooperativa in questo modo?»

Silenzio.

Cimu stava piangendo.

«Io non sono un ritardato.»

Pietro sospirò.

«Lo so, lo so. Scusami.»

Ha il cervello di un bambino di cinque anni.

Cesco stava smanettando sul pc portatile che te-

neva sulle gambe, seduto sulla sedia a dondolo.

Non staccò lo sguardo dallo schermo, neppure per

un secondo. Si grattò la testa rasata.

«Tu che cos'hai studiato, Marco?»

Il genio bipolare all'attacco.

«Scienze dell'educazione e psicologia, lo sai be-

nissimo.»

«Ecco, hai questa cosa della società, del sociale.

Sei intelligente, colto. Dovevi osare di più. Magari

adesso potevi fare qualcosa, per te, per noi. Avresti

trovato chissà quale gancio per avere altri soldi.»

Ma sentilo. Ha capito tutto, lui.

Jack si alzò in piedi e rifilò uno spintone a Ce-

sco, che rotolò di lato sull'erba.

«Sei proprio stronzo.»

«No, è che vedo le cose come stanno. E lo dico.

Che fai, stai piangendo, Jack?»

«Ehi, ehi! State calmi! Non c'è nessun motivo di

litigare. Abbiamo ben altri problemi da risolvere.»

Marco riuscì a dividerli con l'aiuto di Pietro, che

stava ansimando.

Pietro sta reggendo abbastanza bene. Mi preoccu-

pa Jack. È fuori di sé.

Jack e Cimu erano tarchiati, al contrario di Pie-

tro e Cesco, che erano longilinei, allampanato il pri-

mo, un fascio di nervi il secondo.

Pietro stava ansimando.

«Vogliamo fare il punto della situazione? Fac-

ciamolo, allora. L'associazione mi trova un lavoro, e

io regolarmente lo perdo nel giro di due settimane.

Appena vado giù di testa, non riesco a muovere un

muscolo. Niente. Cimu non ha famiglia e sappiamo

tutti com'è fatto.»

«Perché, come sono fatto?»

Silenzio.

«Jack ha un bel cervello, ma quando sta male

beve di brutto, perché non ce la fa.»

«Occupati dei fatti tuoi!»

«Calma!»

Marco si alzò in piedi.

Pietro riattaccò.

«E Cesco? Lo avete visto. Potrebbe lavorare alla

Nasa, per quanto è bravo con i computer. Solo che

passa dal momento in cui è convinto di essere il pa-

drone dell'universo a quello in cui non parla più e

non vuole vedere nessuno. Io penso...»

«Cosa?»

Pietro deglutì con fatica, come se avesse una

pietra in gola.

«Io qua con voi sto bene. In pace, non so. Ho

paura di finire da un'altra parte e stare con gente

nuova, che non conosco.»

«È meglio che entriamo in casa. S'è fatto tardi.»

Cesco si accese una sigaretta e spense il pc por-

tatile.

Da quel punto della collina si potevano vedere i

semafori gialli lampeggianti degli incroci fra i grandi

viali. Marco rimase impalato di fronte al panorama.

I miei genitori sono morti dieci anni fa e mia non-

na è anziana. Non mi può aiutare nessuno, merda.

Ancora due settimane di lavoro. Sono senza soldi.

Devo pagare l'affitto.

Cimu si avvicinò agli altri, che si erano alzati in

piedi. Si infilò in mezzo e li abbracciò in stile rugbi-

stico.

«Domani andrà meglio, ragazzi. Vero, Pietro?»

«Andiamo a dormire. Sono distrutto, e domani

devo fare un colloquio. Forse lavoro una o due set-

timane come spazzino.»

Jack si divincolò dall'abbraccio di Cimu e co-

strinse la faccia di Marco di fronte alla sua.

Stava respirando pesante.

«Voglio stare solo.»

Scappò via di corsa.

«Jack, fermati! Dove vai?»

Era già sparito oltre al cancelletto.

Due ore. Sono due ore che lo cerco ovunque. Ma

dove può essere?

Marco entrò in un bar aperto, dall'aspetto fin

troppo elegante. Tutto luccicava di tonalità blu e

violetto.

«Un rum, per favore.»

Lo buttò giù d'un fiato, lasciando che la gola gli

bruciasse.

Le luci del bar aiutarono i successivi quattro

bicchieri a fare effetto. Le gambe lo stavano abban-

donando, nonostante fosse appoggiato al bancone.

Come sono venuto? In scooter o in bici?

Salì sull'ultimo 13 della notte. Seduto sul bus, ri-

mase a guardare le luci dei Murazzi lungo il fiume

che ballavano.

Ti prego, Jack. Torna a casa.

 

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