Cos'è il Creative Commons

 "Perché gli editori italiani non usano Creative Commons"

 

Colloquio con Juan Carlos de Martin, responsabile italiano del progetto CC: "Le ragioni sono due: mancanza di strategie e pigrizia mentale".

 

13 ottobre 2010 di Gaia Berruto su www.wired.it

 

 

Cosa hanno in comune il sito della Polizia di stato, Al Jazeera e il nuovo Wired.it? Nulla, vien da rispondere. Invece tutti e tre - insieme a pochi, ma buoni altri - hanno abbracciato il Creative Commons. Cosa significa? Che non troverete sotto gli articoli di Wired.it la dicitura riproduzione riservata, ma il simbolo di una delle licenze CC: prendete, ripubblicate, ma citate la fonte.

 

Sul magazine di ottobre Riccardo Luna pubblica una lettera aperta al direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta, per aprire un dibattito su diritto d'autore, libera circolazione delle idee e Creative Commons. Potreste pensare sia il solito battibecco tra giornalisti, ma c'è di più. In gioco c'è il diritto del blogger a riprendere un articolo per un post, ad esempio. Per capirci qualcosa in più abbiamo fatto due chiacchiere con Juan Carlos de Martin, responsabile italiano del progetto Creative Commons.

 

"Innanzitutto è bene dire due parole sulle licenze: sono sei e si basano sul principio del 'alcuni diritti riservati'. L'autore può impedire che l'opera sia modificata, o usata per fini commerciali. Ma tutte obbligano la citazione della fonte. Particolare importante quando si parla di CC nel campo dell'editoria. Ma non mi dilungo, in Italia lo sanno già tutti: siamo fra i primi cinque Paesi nel mondo nella classifica di oggetti in CC caricati online".

 

L'Italia all'avanguardia nel Creative Commons?

 

"L'industria tradizionale non se n'è accorta, ma blogger, musicisti, scrittori e internauti italiani si sono dati da fare. Il CC ha attecchito molto, meglio di noi solo Stati uniti e Paesi di lingua spagnola. Certo, si potrebbe pensare che i singoli lo facciano con più facilità perché hanno meno da perdere, ma credo sia anche perché hanno capito che il mondo è cambiato e si sono fatti due calcoli sui loro obiettivi. Far circolare il proprio prodotto porta a una maggiore visibilità".

 

Fatta questa premessa andiamo al sodo: in Italia gli esempi di contenuti giornalistici in CC si contano sulle dita di una mano. Gli inserti TuttoLibri e TuttoScienze della Stampa, i contenuti originali di Internazionale, ora Wired.it. Gli editori hanno paura del Creative Commons?

 

"Non credo si tratti di paura. Non si è diffusa la prassi perché innanzitutto non si conosce il diritto d'autore. Inoltre i giornali procedono a tentoni, non riflettono su quale sia l'obiettivo a lungo termine e dunque non vedono la licenza Creative Commons come una risorsa".

 

In che modo il Creative Commons può essere una risorsa per un giornale?

 

"Si può usare il diritto d'autore in maniera mirata per fare più traffico e portare nuovi lettori. Permettere al pubblico di ripubblicare un articolo - obbligandolo solo a citare la fonte e la url di provenienza - significa dare nuova vita al contenuto originario. Sui blog ci saranno discussioni, ci sarà un ritorno di immagine e magari si sarà conquistata una fetta di pubblico in più".

 

Certo, non è semplice parlare di novità in un Paese dove i giornalisti di uno dei più grandi giornali italiani - il Corriere della Sera - hanno scioperato dopo la lettera del direttore che auspicava una maggiore elasticità mentale e un atteggiamento meno sufficiente verso il web.

 

"Io sospetto che per molti sia ostico il cambiamento di mentalità. Ci sono abitudini consolidate e c'è quindi una forte resistenza a cambiare la propria visione del mondo. Pensiamo a come funziona ora: è tutto proibito, per fare qualcosa di nuovo contatta il mio ufficio legale e ne parliamo. Non c'è una strategia, si decide caso per caso. Scegliere la licenza Creative Commons significa fare un'analisi a monte e poi affidarsi senza paura alla decisione presa. Per me è tutta una questione di pigrizia mentale".

 

Molti siti esteri stanno appunto lavorando sulla strategia. Il Guardian ha creato un plugin per permettere l'embedding dei propri articoli sui blog, il Times si fa pagare per la lettura. Chi ha ragione?

 

"L'uno non esclude l'altro: è salutare che si provino strade diverse. La cosa importante è capire il proprio pubblico. Bisogna chiedersi quale sia il livello di apertura e chiusura che i lettori si aspettano e calibrarlo con i propri obiettivi. Ci sono casi in cui ha senso essere totalmente chiusi, altri in cui è impensabile. Il lettore non cerca la stessa cosa sul Financial Times (che ha messo tutto a pagamento), sulla Stampa o su Wired. La scelta va fatta dopo aver parlato con i propri lettori".

 

E il Creative Commons quando entra in gioco?

 

"Il CC è un atto di chiarezza. Elimina l'incertezza giuridica e fa arrivare i contenuti dove prima non sarebbero arrivati. Pensiamo agli organi istituzionali: ad esempio d'ora in poi il sito del Politecnico potrà pubblicare senza ansie alcuni articoli di Wired.it. Ci sono esempi più o meno estremi: Al Jazeera permette a chiunque di usare le proprie immagini, alcune televisioni pubbliche estere, in Norvegia e nel nord della Germania, hanno messo a disposizione non solo il materiale trasmesso, ma anche quello grezzo perché chiunque potesse montarlo e riusarlo. Sono tutti esperimenti interessanti che possono essere realizzati solo dopo aver capito qual è la propria strategia".

 

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