Sebastiano Vassalli si racconta

Sebastiano Vassalli, Giovanni Tesio,
«Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo» (Interlinea).
 pp. 148, con illustrazioni, € 15,  isbn 978-88-8212-735-0

 

«Un mestiere antico come il mondo, che risponde a una necessità degli esseri umani, a un loro bisogno fondamentale: quello di raccontarsi». Così uno dei maggiori scrittori contemporanei, Sebastiano Vassalli, si racconta alla vigilia dei settant'anni in una lunga confessione-intervista, una vera autobiografia: la sua difficile fanciullezza tra fascismo e Repubblica, la Milano degli anni universitari, la nascita delle passioni per l'arte e la letteratura, una drammatica storia matrimoniale, i primi lavori, gli anni dell'ideologia e del Gruppo 63, il Sessantotto, la scoperta delle storie da narrare. Sebastiano Vassalli parla anche di tv, religione e politica («L'Italia è due Paesi in uno. C'è il Paese Legale, che è sotto gli occhi di tutti, e c'è il Paese Sommerso, illegale, che tutti più o meno fanno finta di non vedere»), con un capitolo dedicato al «signor B.» («se non ci fosse stato lui, sarebbe arrivato un altro con un'altra iniziale, o forse addirittura con la stessa iniziale»). Alla fine la speranza è riposta nella letteratura, «vita che rimane impigliata in una trama di parole».
 

 

UN BRANO DEL LIBRO:

Quand'è che giudichi d'essere nato veramente come scrittore?

Sono diventato scrittore a quarant'anni, con La notte della cometa. Da allora, credo di avere fatto alcune cose buone e anche ottime, che però non hanno avuto un successo clamoroso e non possono averlo perché l'umanità è un mare dove i movimenti avvengono in superficie. Più si scende in profondità, più tutto sembra (ma non è) immobile.

Quali sono le cose che consideri "ottime"?

Un libro che considero importante è Amore lontano: in cui racconto le storie di sette poeti per parlare della poesia, e parlo della poesia per arrivare al principio di tutto, cioè alla parola. «In principio era la parola». La parola non è soltanto strumento del comunicare e linguaggio: è qualcosa di più. È, davvero, una luce che splende nel buio di un mondo privo di senso e gli dà (quasi) un senso. Molti animali comunicano tra di loro e hanno dei linguaggi, ma non hanno la parola. La parola dà un nome e una ragione alle cose ma non è soltanto logos. È anche altro. È uno strumento musicale: una conchiglia che si può appoggiare all'orecchio per ascoltarne le infinite risonanze. È il suono con cui le cose e le persone si identificano. È l'immagine riflessa delle cose e la loro anima. La parola è qualcosa di così complicato, stratificato, labirintico e infinito, che immaginarne l'origine è impossibile.

Si riesce a immaginare come possa nascere la parola?

Pensare che sia nata da un'invenzione, come la ruota, è certamente assurdo. Ma è quasi altrettanto assurdo che si sia formata grazie a un processo di accumulazione durato millenni: un processo di accumulazione che sarebbe speculare e simmetrico rispetto al processo successivo, di perdita di significato e di polverizzazione. Rispetto al milione di parole dei nostri dizionari, che non significano più niente o quasi niente.

La parola è dunque rivelazione?

C'è un punto, nel nostro passato, in cui la parola è, davvero, una luce che brilla nelle tenebre. Come si sia arrivati a quel punto non si sa; si sa soltanto che c'è stato, e che il nostro percorso di civiltà, cioè di ragione e di arte, incomincia lì. La parola delle origini, e ancora in certi momenti la parola di Omero, ha la forza di una scarica elettrica. [...]

(© Sebastiano Vassalli, Giovanni Tesio, Un nulla pieno di storie, Interlinea)

 

 

 

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