Christian Frascella

data di nascita: 
Ven, 21/09/1973
Nato a: 
Torino
Biografia: 

Christian Frascella è nato il 21 settembre 1973 a Torino, dove vive.

Dopo avere sperimentato lavori vari e spesso precari (militare del Genio Ferrovieri, operaio in fabbrica, impiegato in un call center), ha cominciato a pubblicare su riviste quali "Inchiostro" e "Nettàre", per poi dedicarsi alla rete pubblicando racconti su "Ombelicale" e "Terranullius". Ha scritto cinque cortometraggi, due dei quali finalisti al Torino Film Festival. Il suo romanzo d'esordio, Mia sorella è una foca monaca, pubblicato dall'editore Fazi, è stato uno dei casi letterari del 2009, suscitando reazioni contrastanti nella critica e nei lettori, ma superando le trentamila copie vendute. Finalista al Premio Viareggio e vincitore del Premio John Fante e del Premio Zocca 2009, il romanzo è stato acquistato dal cinema e nel 2011 esce nelle sale il film firmato da Fausto Brizzi (anche produttore) e Marco Martani, con i quali l'autore ha collaborato alla sceneggiatura.

Ora Frascella si dedica a tempo pieno alla scrittura, e nel 2010 è uscito il suo secondo romanzo Sette piccoli sospetti, sempre da Fazi. Ambientato negli anni Ottanta, ha per protagonisti sette ragazzini che aspirano a rapinare una banca. («Nessuna strizzata d'occhio agli adolescenti da bestseller. Nessuna concessione al romanticismo di maniera. Nessuna indulgenza... L'adolescente di Frascella è la stralunata incarnazione di tutto quel che c'è di tragico nella giovinezza». Loredana Lipperini, Repubblica.) 

Il regista Fausto Brizzi ha avanzato la prelazione dei diritti cinematografici anche su questa nuova storia.

Del 2011 il romanzo La sfuriata di Bet pubblicato da Einaudi e ambientato nella Torino di periferia, alla Barriera di Milano, con protagonista una diciassettenne arrabbiata al punto giusto.

Nel 2013 esce sempre i tipi di Einaudi il romanzo Il panico quotidiano, diario personale di una discesa nell'abisso e di una lenta, faticosissima risalita alla scoperta della paura, quella paura che dentro di noi può restare sommersa e nascosta per sempre. E che invece, una volta fuori, può spezzare ogni equilibrio, senza concedere neanche il tempo per riconoscerla.

Nel 2015, per il tipi della Salani, pubblica La cosa più incredibile, storia ambientata in una difficile periferia di Torino tra ragazzini dodicenni.

Nel 2016 è la volta di Brucio (Mondadori, Collana Chrysalide), un romanzo di formazione intenso e cupo, il cui protagonista, Tommy, è un diciassettenne che a dieci anni ha perso tutta la sua famiglia in un tremendo incendio, restandone a vita sfigurato.

 

Christian Frascella cura un blog dal 2007 dove, fra le altre cose, col suo fare diretto e ironico tiene al corrente la comunità sulle tappe del suo successo letterario. Collabora a La Stampa «in qualità di commentatore, opinionista, grande affabulatore nonché bell'uomo e centrocampista di movimento».

 

 

 

Immagine: 
Bibliografia: 
  •  Mia sorella è una foca monaca, Fazi, 2009
  • Sette piccoli sospetti, Fazi, 2010
  • La sfuriata di Bet, Einaudi, 2011
  • Il panico quotidiano, Einaudi, 2013
  • La cosa più incredibile, Salani 2015
  • Brucio, Mondadori, 2016

 

incipit: 

Brucio

 

"Il fuoco. La stanza invasa dalle fiamme, le grida, la paura. Ogni rumore mi crepita nelle orecchie come legna spezzata da un calcio. Il fumo mi annebbia la vista. Le narici invase, il respiro sempre più corto, disperato. Non riesco a gridare, ci provo, ma non riesco. Cerco mia madre, cerco mio padre, cerco Anna."

"Io ero un mostro che avevano accolto per errore. Un pazzo. Uno che non ce l'avrebbe fatta a salvarsi, né con loro né con nessun altro."

 


La cosa più incredibile

 

"Compito per le vacanze.

Raccontate in minimo due fogli protocollo la cosa più incredibile che vi sia mai successa. Spiegate perché secondo voi è accaduta e quali insegnamenti potete trarre da essa.

La cosa più incredibile che mi sia successa? professoressa Tardini, è sicura di volerlo sapere? Guardi che è una cosa eccezionale, mica una roba semplice come, che ne so, essere andato a fare un viaggio al mare o in montagna con mamma e papà e poi mi sono divertito ed è stato bello, fine. Non è una storia così; una storia così, rispetto a quella che potrei raccontarle io, è solo una schifezza noiosa.

A me e ad altri quattro è successo, apra bene le orecchie prof, è successo l'inverosimile. Proprio."

 

 

La sfuriata di Bet

 


Mi chiamo Bet. Elisabetta, ma meglio Bet. Lo preferisco. Non Betta. Betta mi fa schifo. Betta è da cretina. Io voglio un sacco di cose, però mai risultare cretina.

È l'una di notte e sono in una tavola calda in Barriera di Milano. Anche se la città è Torino. Non so perché un posto che sta a Torino si chiami Barriera di Milano. Forse c'era una barriera tra qui e lì. Una faccenda storica. Un giorno mi informo. Vado in biblioteca e mi informo.

Intanto chiedo a Matteo se lo sa lui. - Matty, perché Barriera di Milano si chiama Barriera di Milano?

-

Bella domanda -. S'appoggia al bancone, mi guarda. Ma non mi guarda in quel modo in cui mi guardano di solito i maschi. Sapete di che sguardo parlo. Quello che valuta quanto tu sia rimorchiabile, e se ne valga la pena. Be', dico subito che quel tipo di sguardo con me non attacca. Lo conosco bene, e con me non funziona. - Sai che non lo so, Bet?

- Non lo so neanch'io. Per quello chiedevo.

Lui sorride appena, un po' triste. Sono strani gli uomini tristi. Con tutto che comandano ogni cosa loro, riescono pure a sentirsi tristi. E allora noi? Che dovremmo fare?

- Non hai scuola domani? - mi chiede. Ha gli occhi azzurri, accorti.

- Mi alzo lo stesso. Mi alzo sempre. O quasi -. Sorrido.

Lui sorride di rimando. - Che classe fai, adesso?

- Di nuovo la terza. M'hanno bocciata.

Inarca le sopracciglia. - Peccato. Te lo meritavi?

- Non credo di meritare buona parte delle cose che mi succedono.

Annuisce, come sapesse di che parlo. E forse lo sa. Pulisce il bancone, con l'avambraccio si asciuga il sudore. Si chiama Bright Bar questo posto. Ci veniva mio padre. Anche se, a quei tempi, la proprietaria era una donna anziana, una con le labbra imbronciate.

- Che fine ha fatto la vecchia che era la padrona di qui?

- Me l'ha lasciato in gestione -. Alza le spalle, come se gestire il Bright Bar fosse stata la sua condanna da sempre. Senza altra scelta.

C'è uno scampanellio e, prima di voltarmi a guardare, so già chi è entrato: Claudio Morino e Alberto Calvarese. Fanno sempre un gran casino.

- Ciao, Matty! - ride Alberto e picchia una manata sul bancone.

- Ehi, Matty, com'è? - chiede Claudio, la voce roca, come al solito abbronzato. Va da Cocco Sun almeno tre volte alla settimana a spararsi la doccia solare. Doccia solare è proprio un modo di dire idiota.

Per gente idiota. Matteo quasi li ignora, e anch'io. Non mi costa niente.

- Guarda guarda, - fa Claudio, e si avvicina al mio tavolino. Chiede, rivolto all'amico:

- Hai visto chi c'è?

Ora anche Alberto mi vede. - La nottambula.

Claudio fa per sedersi nella sedia vuota accanto a me. La avvicino al tavolo col piede.

Lui s'aggrotta. Ha gli occhi vacui, s'è fumato qualcosa. - Sarebbe a dire che non vuoi che mi siedo con te, Bet? - Sarebbe a dire proprio quello. Alberto gli si affianca: ha i capelli neri e lunghi, sciolti sulle spalle. Lui pare più lucido. Pare. Indossano entrambi una giacca di pelle nera, jeans, e stivali. Prima che possa dire qualcosa, da dietro le loro spalle Matteo chiede: - Che vi servo, ragazzi?

Alberto osserva il mio bicchiere. - Lei che sta bevendo?

- Un antiruggine, - rispondo. - Quelli che non si fanno i cazzi propri mi ossidano.

Si guardano interdetti. - Bet lasciatela in pace, - interviene Matteo. - Su, che vi do?

Ma Claudio insiste. - Perché fai sempre la stronza, bella? - Stronza e bella lo dici a tua sorella, - rispondo io. - Che ci è abituata. Lui incassa male. Alberto gli mette una mano sulla spalla. - Lasciala perdere... - Sì, lasciami perdere. Claudio dondola un dito nello spazio che ci separa. Dovrebbe essere un avvertimento, o qualcosa di simile.

Io mi alzo e lascio i soldi a Matteo accanto alla cassa. - Vai, Bet? - Vado, ciao. Claudio mi molla un'occhiata a palpebre ammezzate, come avrà visto fare nei Soprano.

Mi accendo una sigaretta, sbuffo nella sua direzione ed esco.


 

 

 

Sette piccoli sospetti

 

 

Avevano tutti più o meno dodici anni quando decisero di rapinare la banca del paese. L'idea era venuta a Billo e a Gorilla.
Dopo una partita a pallone in piazza, mentre rifiatavano e si bagnavano alla fontanella, Billo lo aveva detto anche agli altri.
«Che ne dite se ci facciamo un po' di soldi?».
Ranacci lo aveva guardato con diffidenza. «Cioè?».
Ranacci masticava sempre qualcosa.
Billo era serio. «Ci ho pensato. Abbiamo tutti problemi di soldi, a parte Corda...».
«Mica è colpa mia».
«Nessuno sta dicendo che è colpa tua».
«Anche se tra amici», fece Cecconi dandogli di gomito, «se putess' pure divider'!».
Corda provò a scansarlo infastidito, ma Cecconi gli acchiappò il braccio e in un lampo glielo girò dietro la schiena. «Ahiaaa!». Era una mossa che gli aveva insegnato suo padre, spacciandogliela per judo. 
«E piantatela, cazzo!», saltò su Billo. Cecconi mollò di scatto Corda che cascò col sedere in terra.
Gli altri risero. Fostelli aiutò Corda a rialzarsi.
«Ho detto piantatela!».
Tutti si azzittirono. 

 

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